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mercoledì, 28 febbraio 2007

Follini:lo statista

Follini: subito un’alleanza tra Udc e sinistra riformista

 

«Certo Sissi, mi siedo al posto di sempre ». Davanti a Palazzo Madama, l’autista chiede preoccupato: «Senatore, passiamo dal retro?». «No, dall’ingresso principale». «Traditore!» gli gridano. Ma sono di più i passanti che lo applaudono. Dentro potrebbe andare peggio. «I fischi li ho messi in preventivo — dice Marco Follini —. Non mi faranno piacere, ma neppure paura. Del resto la reazione peggiore è stata quella dei vecchi amici: Casini e Cesa. A loro non replico. La risposta a Casini la darà il tempo. Io aspetto paziente, e invito al disarmo delle parole. La leggerezza con cui si lanciano epiteti come "trasformista" o "traditore" mi sembra eccessiva». Il primo a salutarlo è un altro senatore che stava dall’altra parte, Fisichella. Poi una pacca di Mussi. Salendo le scale verso l’aula, Follini spiega che la sua scelta non riguarda solo il voto di oggi ma soprattutto il futuro: «Si tratta di costruire nuove alleanze. La prospettiva è di un incontro tra la sinistra riformista e i cattolici liberali. La linea di tendenza è saldare quanto resta di due antiche culture politiche. Forse non sarà per domani. Possiamo litigare ancora qualche giorno, ma non possiamo permetterci di continuare a lungo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. E sarebbe un errore attendere la riforma elettorale.

L’alleanza viene prima, non dopo». Lo schema immaginato da Buttiglione—subito il modello tedesco, poi alleanza tra Udc e partito democratico — non lo convince: «La riforma elettorale rischia di diventare un tormentone, se non è preceduta da un movimento della politica. Il modello tedesco riceve molti sì ma anche parecchi no, dall’interno della maggioranza. Ora il governo c’è, ed è un bene; domani dovrà esserci anche un nuovo assetto. Io comincio a lavorarci. Gli altri, spero, arriveranno». Gli altri per il momento fanno finta di non conoscerlo. Follini attraversa l’aula come un fantasma e va a sedersi in alto a destra. «Non sarei obbligato: Palazzo Madama non è come Montecitorio, dove ogni deputato ha il suo scranno. Qui ognuno si siede dove gli pare». E’ che non vuole sembrare spaventato. Il primo segnale viene da un insospettabile: Storace. Già l’altro giorno gli aveva mandato un sms amichevole: «Non meriti di essere lapidato, ma non capisco perché passi dalla monarchia di Berlusconi a quella di Prodi». Ora Epurator risale l’aula per andare a stringere la mano al «traditore»: «Sai quanti voti perderò per essere venuto a parlarti? ». Dal banco del governo lo imita Rutelli. Da D’Alema un cenno con la mano, ricambiato. Spiega Follini che non è stato certo lui il traghettatore, sempre che ne esista uno.

Tanto meno Mastella, che ora alla buvette vaticina un governo di larghe intese. «Belle e impossibili— dice Follini —. Sarebbe già tanto far crollare il nuovo Muro di Berlino che si è ricostruito in Italia. Invece siamo ancora fermi al check- point Charlie, dove talora ci si scambiano prigionieri e talora insulti. Io oggi tolgo un po’ di filo spinato». Con Mastella ha un rapporto affettuoso, lo considera «un buono, un generoso»; ma non è un partitino a due che gli interessa. Prodi ha telefonato,manon troppo: il giorno della sua caduta, e il giorno della decisione di Follini; non sono in gioco contropartite, né ministeri. Se deve fare il nome di un interlocutore su cui punta per costruire l’alleanza, indica un giovane: Enrico Letta. E’ anche a lui che pensa, quando prevede a breve un cambio generazionale; «perché noi cinquantenni abbiamo fatto già fin troppe cose. Abbiamo molto passato; quindi, poco futuro». Parla il premier, Follini in aula è un po’ meno solo. Gli si è seduto accanto Trematerra, sospettato di essere l’inesistente «folliniano coperto»: «Sono entrato nel mirino di Cossiga per quel viaggio che feci a New York con Casini, assentandomi dal Senato. Ti ricordi Marco?» gli sorride.

Al suo fianco si accuccia Luvè, che scherza: «Se hai bisogno ti faccio da scorta». Pistorio, altro sospettato, gli sussurra: «Sai che non condivido, ma sappi che sui giornali siciliani ho fatto dichiarazioni molto rispettose». Follini segue Prodi a braccia conserte. Applaude solo due volte: al passaggio sulle forze dell’ordine, e—brevemente — alla fine. Poi si alza, saluta Schifani, stringe la mano a Vegas, Antonione, Izzo, si ferma ad ascoltare Sterpa: «Non ho nulla contro di te...». «All’inizio c’era un po’ di imbarazzo reciproco— racconta Follini all’uscita —. Ma pensavo peggio. Al momento di votare la fiducia sarà più pesante: hanno fischiato Ciampi, figurarsi me.E saranno duri anche i sette minuti che avrò per la mia dichiarazione ». Gli appunti sono già pronti. «Dirò che non sono né un trasformista né un traditore: perché attraversare le linee non significa tradire, ma superare il bipolarismo com’è adesso, andare oltre gli steccati tra i due schieramenti, sbloccare il sistema politico». L’auto lo riporta in sede. Il tavolo di vetro, la copertina dell’ultimoHarry Potter, la foto della figlia. «Prodi ha scelto un discorso volutamente di basso profilo. Tondo, senza spigoli, senza emozioni.

Avrebbe potuto fare un intervento identitario, chiamare alle armi i suoi; invece si è rivolto anche all’esterno, ha riconosciuto il merito del precedente governo nella ripresa economica. Di fatto, comincia il disgelo istituzionale». Messaggi distensivi sono arrivati da Maroni, Bondi, D’Onofrio. Fini l’ha rimproverato, Berlusconi non si è fatto sentire. «Cercherò di presentare liste dell’Italia di mezzo alle prossime amministrative, scegliendo di volta in volta chi sostenere: aGenova, la Vincenzi; a Palermo, si vedrà. Mi interessa di più costruire alleanze vaste, e nuove. Fino a qualche giorno fa, quando c’era da scegliere, ero tormentato. Oggi non sono mai stato tanto sereno».

Fonte:www.corriere.it

postato da: messapico85 alle ore 09:46 | link | commenti
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martedì, 27 febbraio 2007

Senso di responsabilità

Il governatore del Prc
Vendola: Casini è benvenuto
I Dico possono attendere
 
 
ROMA – «In questi giorni mi sento come alla scomparsa di una persona preziosa: solo quando viene a mancare ti accorgi di quante virtù avesse...». La persona preziosa, per fortuna vivente o almeno risorgente, è Romano Prodi. Lui è Nichi Vendola, presidente della Puglia, unico amministratore importante espresso dalla sinistra radicale. Che paradossalmente esce indebolita da una crisi innescata da richieste e proteste scaturite dal proprio alveo: i 12 punti su cui Prodi chiede oggi la fiducia segnano una torsione verso il centro; dei Dico non si parla più; e se nell'immediato si stringe a sostegno del governo, Bertinotti fa capire che in futuro ne potrebbe uscire. Una prospettiva che Vendola dice di condividere «in via metodologica e astratta, ma che non è certo all'ordine del giorno. Anzi».

«La questione del governo non riguarda solo la sinistra riformista, che rischia di farne una finalità ossessiva; riguarda anche noi, che rischiamo di amplificare le domande senza cercare le risposte. Ma il governo non deve diventare un feticcio, un idolo da adorare o da abbattere. Questo è per noi un passaggio particolarmente delicato: siamo condannati a governare, senza divenire subalterni a un governismo senza profilo. Come si fa? La ricetta non è il potere di interdizione, non sono i veti dei piccoli partiti, come si usava nella prima Repubblica e si usa nella seconda. Non credo alla prospettiva di governare guardando solo le dinamiche di Palazzo; ma con i dati oggettivi del Palazzo si devono fare i conti. L'estrema risicatezza dei numeri al Senato rende necessaria un'iniziativa politica che aiuti il governo». Per questo l'arrivo di Follini gli pare un'ottima notizia, anzi, «si è sbagliato a non tentare subito di coinvolgerlo. Una personalità di raffinata cultura democratica come la sua non poteva restare a lungo nel centrodestra». Ma, se Diliberto distingue tra l'arrivo di Follini e quello di un intero partito — l'Udc — che gli pare una iattura, Vendola fa un ragionamento diverso.

«Dobbiamo essere consapevoli che nel centrodestra si è aperta una frattura. La leadership berlusconiana è in crisi; e l'Udc è stata la prima forza a denunciare questa crisi. La nostra coalizione resta alternativa al centrodestra, ma dobbiamo coglierne i punti di frattura. Dialogare. Interloquire, per costruire anticorpi civili e culturali e forme più avanzate di convivenza. C'è bisogno di offrire governabilità al Paese. E lo si può fare innalzando il livello della discussione pubblica. Siamo d'accordo o no che la politica estera di Prodi e D'Alema è in sintonia con quanto di nuovo accade nel mondo, il Congresso che si ribella a Bush, Blair che ritira le truppe dall'Iraq? Vogliamo superare la rappresentazione della guerra civile simulata? La vogliamo cambiare o no la legge elettorale?». Vendola vorrebbe la stessa legge di Casini: il sistema tedesco. Che porterebbe a un superamento del bipolarismo e alla nascita di diversi blocchi: la destra, il centro cattolico, il partito democratico, la sinistra radicale. A chiedergli se il centrosinistra attuale potrà aprirsi all'Udc, Vendola risponde che «per il momento è l'Udc a chiamarsi fuori. Ma credo che presto possa determinarsi un'implosione di quello che oggi chiamiamo centrodestra. E con i settori del centrodestra che sono espressione di cultura democratica non possiamo perdere le comunicazioni. Ha ragione Follini, la mediazione non si fa per tenere insieme una coalizione da De Gregorio a Turigliatto; si fa sulle questioni reali, sui corpi e sui luoghi dell'Italia di oggi. Trovare un punto di equilibrio tra culture diverse non è un'attività ignobile; è la politica».

I 12 punti di Prodi non gli sembrano la paventata svolta centrista. «Sono una sintesi di priorità. Non sono né una smentita né un ribaltamento del programma dell'Unione. Consentono di uscire fuori da una navigazione a vista e di riprendere in mano la bussola e il timone». Mancano i Dico, ma Vendola non se ne scandalizza, anzi considera un errore averli affidati a un disegno di legge governativo: «Sulle questioni eticamente sensibili meglio scegliere il canale parlamentare, piuttosto che quello del governo. Così si è iperpoliticizzata la questione dei Dico, e la si è ricondotta allo scontro tra maggioranza e opposizione, rendendo più difficile entrare nel merito». Né la sinistra deve aver paura della Chiesa: «Se ci sono tentazioni neoclericali, bisogna evitare di replicare con tentazioni iperlaiciste, come se si fosse tutti chiamati a raccolta attorno al simulacro della breccia di Porta Pia». Vendola non vede una frattura con i movimenti pacifisti e no global.

«Il rapporto tra politica e società deve valere per tutti: per il governo, perché è nella ragione sociale di un governo di centrosinistra non perdere i contatti con i movimenti; e per i partiti, che non possono usare il prodigarsi della cittadinanza attiva come un supplemento di potere di veto, di interdizione». Sarebbe sbagliato e abusivo usare la piazza per fare pressione sul governo, «per aumentare il nostro potere contrattuale dentro il Palazzo; ma so che non è questa l'idea del mio amico di giovinezza Franco Giordano». Lei però sarebbe andato a Vicenza? «Trovo le ragioni della manifestazione molto fondate; ma non sovrappongo la mia parzialità politica al senso di quella manifestazione, non la piego a ragioni di bottega. Il governo fa bene a tenerne conto: nel discorso di D'Alema al Senato c'era un'apertura significativa. E' importante che il Palazzo sia permeabile alla società, ma è importante che la politica mantenga l'obbligo di individuare una sintesi, di scegliere. Tutti siamo chiamati, anche noi, a ridefinire la sinistra. La logica del tanto peggio tanto meglio sarebbe una catastrofe». E se i duri e puri si preparassero a scindere Rifondazione? «La vera scissione che temo è con la società, con i sentimenti della nostra gente, che ci chiede di reggere la prova del governo».
 
Fonte:www.corriere.it
postato da: messapico85 alle ore 09:56 | link | commenti
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lunedì, 26 febbraio 2007

 

Accanimento terapeutico

Io non lo so.... ma mi pare che come al solito i politici e la politica perdano la trebisonda. E  vanno dietro questo delirio sconclusionato tutti i politologi e i cosiddetti giornalisti. Per non parlare delle mezze cartucce di sezione che si atteggiano a grandi statisti di contrada e che copiano ragionamenti da Porta a Porta non limitandosi a quelli loro più consoni di dentro la porta delle mura del loro paesello.

Il problema non è, per me, se un governo cade per due teste fresche che non se la sentono di partecipare al gioco democratico o se cade per un paio di senatori a vita eterna.

Il problema è che il Centrosinistra, ossia il papà di questo governo inciampatore, non è riuscito dopo cinque anni di porcherie galattiche del Centrodestra, di democrazia mandata al macero, di istituzioni smantellate, di leggi ad personam, di recrudescenza di neofascismi e di governi da dittatura televisiva a conquistare la fiducia di una maggioranza cospicua dell'elettorato.

Perchè non è riuscito?

Perchè manca di credibilità, di unitarietà, di serietà, di sensibilità, di carisma. 

Perchè straparla e spara cazzate colossali.

E' chiaro che oggi si trova sul filo del rasoio.

Gli si era chiesto di fare una VERA legge sul conflitto di interessi, di abbandonare la Cirielli, di migliorare le leggi sul lavoro, di limitare il precariato, di abbattere il cuneo fiscale, di richiamare le truppe dall'estero, di rilanciare le infrastrutture produttive ecocompatibili, di incentivare le energie rinnovabili, di fare una legge sull'ambiente, di riassettare la scuola e dare impulso vero alla ricerca. NIENTE! Anzi......

Può essere l'antiberlusconismo (giustificatissimo!!!!) l'unico collante? Può essere questo il Bau Bau, lo spauracchio per accettare qualsiasi cazzata stratosferica?

Solo privatizzazioni a cavolo e senza accordo preventivo che nemmeno Previti, Dell'Utri, Berlusconi, La Russa, Calderoli e Guzzanti avevano avuto la facciatosta di fare. E altri soldati in giro per il mondo e dentro casa nostra. E l'indulto plaudito e votato dal partito degli indiziati con Forza Italia in testa ma con il timbro di quella sagoma di Mastella che lo attribuisce per intero alla Sinistra. E ora chi di Destra l'ha votato lo rinfaccia alla Sinistra.

E per fortuna una legge elettorale made in CdL, iniqua e rivoltante ma che nessuno ancora accenna a cambiare, ha permesso nonostante 200000 voti in meno al Senato di avere anche qui una maggioranza risicatissima.

Questo è il vero problema.

Non altri.

Il problema è che non si capisce perchè bisogna votare una Sinistra che si comporta peggio della Destra.

A questo punto vince il populismo sul buon governo (che poi non c'è veramente).

Non è il problema nè Rossi (il comico? Il calciatore? Il cartone animato?) nè questo Carneade di  Franco Turigliatto (ora, da marzista rivoluzionario dovrebbe vendere il suo nome  piemontese assurto ai disonori della cronaca a qualche fabbrica di bagna cauda liofilizzata o a qualche Barolo Chinato!).

Il problema vero e sostanziale è che i "nostri" dirigenti non hanno nè concretezza, nè visione politica, nè elevazione e tensione ideale,  nè idee chiare, nè il polso delle esigenze sociali e delle istanze popolari, nè comunicazione (che senza il resto sarebbe solo vendere fumo).

Si autocelebrano forti dei loro emolumenti da favola e dei loro benefit fregandosene dei veri problemi del popolo elettore (cosa vuoi che gli importa dei Di.Co se per loro quei diritti già ci sono? Cosa gli importa delle famiglie se loro di media ne hanno già tre? Che gliene importa delle pensioni se loro prendono tremilaeuro dopo cinque anni di poltrona? Che gliene importa di Cristo e del Cristianesimo quando d'importante c'è solo l'interesse a raccattare i voti della Chiesa ? ).

Quanti operai, studenti, lavoratori oggi ci sono nelle file di partiti e negli scranni del potere? Anche in quei partiti "del popolo" quanti braccianti, operai, edili, studenti ci sono più? Chi è a capo dei partiti dei lavoratori?

Dice: ci vuole competenza giuridica ed economica in politica. Per dire che si ha fame e che ci sono diritti lesi ci vuole la laurea? L'intelligghenzia è una grande chiesa che mistifica a danno degli "ignoranti". Alla faccia del sol dell'avvenire, di falci e martelli. Oggi comanda il bancario, il leguleio, il commercialista.

Nella Prima Repubblica c'erano i Pepponi con le mani callose di chi lavora. Oggi sono tutti fini avvocati,  rampanti commercialisti, "quadri" con la quindicesima e l'auto aziendale, burocrati di alto rango che non hanno mai diviso le palpitazioni di un popolo spicciolo con l'affanno di mutui, cambiali, scadenze, bollette, fitti e tasse.

Questo è il problema.

Manca la credibilità e la coerenza.

E basta.

Non è conquistando il Compagno Follini in cambio dei sacrosanti (!) Di.Co. che si migliora la situazione. Quadreranno i numeri, forse, per un episodio, per due, per tre, ma la crisi sarà come una scimmia sulla spalla di Prodi.

E la credibilità andrà a Remengo, posto improbabile ma sicuramente ubicato dalle parti del paese natale di Turigliatto.

Il problema vero è profondo ed è a 360 gradi.

Non è su due numeretti al Senato come ci vogliono far credere da ogni parte.

Diciamocelo per evitare che l'ipocrisia dei grandi sia suffragata dall'ipocrisia di una base scoglionata e delusa che cerca scuse infantili.

Gli alibi non servono.

Non servono a Roma e non servono nelle periferie dell'impero.

Qui non c'è l'arbitro venduto. Siamo noi i venduti che ci beviamo questo immane broda putrida senza protestare.

Si può stare zitti per non disturbare il manovratore, si può tacere per un po' aspettando improvvise e provvidenziali saggezze e lungimiranze che non arrivano, ma dopo un po' non è ammissibile più guardare questo spettacolo squallido e tacere.

"Con questi dirigenti non vinceremo mai."

Moretti rimane l'unico grido sincero e spietato da cinque anni a questa parte.

Non è stato ancora smentito. E non è stato nemmeno sentito.

C'è la panacea del Partito Democratico.

Io ci credo.

Ma non credo che con queste teste di cavolo possa rifiorire la politica SOLO cambiando un nome e lasciando uguali i giochi e gli altarini.

Occorre cambiare sicuramente.

Ma radicalmente.

Bisogna ridare senso e sensibilità alla politica. Immettere giovani, ma giovani veri e non nostalgici con i pannolini. I nostalgici giovani sono più pericolosi dei vecchi nostalgici. Questi ultimi hanno scusanti a iosa. I primi sono vecchi prima di nascere e questo non va bene.

 

“La difficoltà non sta nel credere nelle nuove idee, ma nel fuggire dalle vecchie.” 

John Maynard Keynes

Vale sempre e per tutti.

Bisogna essere LAICI veramente, mai affezionarsi ai propri miti pensandoli insostituibili. Non si possono trovare scuse.

Nè siccome le teste non cambiano cambiando nome non si deve cambiare. Che cavolo di discorso è questo?

Bisogna cambiare modo, metodo e sostanza.

Soprattutto sostanza.

Per il bene di tutti.

Facciamo presto!!!!!!

 

 

Arch. Giuseppe Resta

postato da: messapico85 alle ore 16:25 | link | commenti
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venerdì, 23 febbraio 2007

Prigionieri di un film già visto

Sulla pista della crisi,l'Italia dei vecchietti terribili
E SE LA CRISI, anche di governo, fosse una specie di Gerovital? Si perdoni qui l'effettaccio. Ci fu un tempo in cui alcuni potenti della Prima Repubblica, discretamente, andavano in Romania per farsi ringiovanire dalla celebre dottoressa Aslan. Dopo di che, per ringraziamento, scrivevano improvvide prefazioni alle opere di Ceaucescu.
Adesso, cioè nell'era dei "bibitoni" d'immortalità del dottor Scapagnini, i nonnetti della Seconda non hanno più tanto bisogno di volare sul Mar Nero. Ma il dubbio, l'impressione, il sospetto, è che una tempesta come quella che s'è abbattuta sul governo Prodi sia per molti di loro un bel toccasana.
Non che abbiano tutti contribuito all'affondamento di Prodi per sentirsi più giovani, o svagarsi. Vero è che Giulio Andreotti, fresco ottantottenne, ha ammesso che "la contesa" per la presidenza del Senato l'aveva ringiovanito "sotto molti punti di vista. Era un po' - ha detto - che non partecipavo a un corpo a corpo così serrato". Ma il punto vero di tutta la faccenda è che questa crisi mette a nudo, come mai finora era apparsa, la più manifesta, invasiva, rassegnata e perciò desolante gerontocrazia italiana.
Non è in questione solo la parte giocata al momento del voto dai senatori a vita. Il ruolo di Cossiga e Andreotti, l'assenza sanitaria di Scalfaro, l'accompagnamento al seggio di Pininfarina da parte del redivivo Zanone, segretario del partito liberale alla metà degli anni settanta. Né qui si insisterà sui tanti moduli espressivi e simbolici, per lo volgari e crudeli - "la Repubblica della prostata" (per bocca del consigliere prodiano Rovati), "la dittatura dei pannoloni" (titolo d'apertura di Libero) - entrati ormai a far parte del discorso pubblico. Varrà giusto la pena di segnalare che poco prima del patatrack di Palazzo Madama la senatrice Franca Rame aveva additato al pubblico ludibrio televisivo la (supposta) nuova dentiera del suo ministro della Difesa, Parisi. Ricevendone peraltro in risposta un pepato corsivo del quotidiano della Margherita, Europa, che ricordava l'età avanzata (77) dell'accusatrice, alla quale perciò "non converrebbe approfondire troppo simili temi".
E tuttavia, al di là di insolenze e pietismi, ognuno può constatare con i propri occhi che a partire dal presidente della Repubblica Napolitano (82 a giugno) i protagonisti e i comprimari dell'attuale e difficile passaggio politico non soltanto sono tutti vecchi, o anziani, se preferiscono; ma certo sono sempre e disperatamente gli stessi. Nelle istituzioni e in tv, come in un rito, un film o un talk-show già visto decine di volte; e ogni volta, al suo interno, celebrato, riavvolto e insieme bloccato attorno al sempre meno tacito e segreto presupposto che il potere sia monopolio dei nonni. O degli zii, al massimo. Mai dei fratelli, nemmeno maggiori; mentre dei figli non se ne parla nemmeno.
Basti pensare ai due eterni contendenti, Prodi (68) e Berlusconi (70), i medesimi del 1996. Come a volersi mondare da un peccato, il primo ha bisogno di esibire un corpo giovanile; e ce l'ha pure, il presidente uscente, o meglio se l'è costruito con pazienza e dedizione come stanno lì dimostrare, incessantemente, le gare ciclistiche, i massaggi, le pomate, la depilazione dei polpacci; e poi le maratone, le discese sugli sci, la ginnastica quotidiana, la cyclette, gli allenamenti in tuta azzurra "Italia" con collaboratori, giornalisti e poliziotti al fianco e al seguito, tipo Forrest Gump.
Anche il Cavaliere sembra dominato dalla stessa colpa e quindi dallo stesso bisogno di ostentare un fisico all'altezza degli sguardi, soprattutto a distanza. Nel suo caso, più che alla condizione atletica, lo sforzo si rivolge a espedienti dietetici, tecnologie di make-up o manipolazione chirugica. Come pure, secondo evoluti dispositivi di transfert mediatico, sempre più Berlusconi tende a mostrarsi gioioso e vitale circondandosi di belle e giovani donne - anche se con i dovuti inconvenienti famigliari.
Ma l'effetto non cambia poi molto. Così come, rispetto a tanti altri leader ex quarantenni affermatisi tra gli anni ottanta e novanta, non muta il quadro rappresentativo di una intera classe dirigente - da Fini a Rutelli, da D'Alema a Fassino passando per Amato, Bossi e Casini - che comunque appare saldamente inchiodata alle stesse poltrone di segretari e ministri, come alle stesse poltroncine di Porta a porta.
Ora. Questa specie di serializzazione anagrafica avrà tante ragioni, ma non è senza conseguenze. Nell'era post-ideologica della bio-politica, là dove i modelli d'autorità si applicano non più alla "polis", ma alla vita nuda della casa, della famiglia e della tribù, la "vecchiettitudine" (sintomatico neologismo del Foglio) fa un po' ridere e un po' piangere, come succede spesso in Italia. Però forse pone anche un problemino alla democrazia; e di sicuro, intanto, alla soluzione della presente crisi di governo.
Invano i media, affamati come sono di carne fresca, si sono provati a smuovere le acque, di solito esortando a un impossibile ricambio. Si moltiplicano nel frattempo gli appelli dalla società civile. E si producono con una certa assiduità schemi, tabelle e imbarazzanti confronti con altri paesi, l'Inghilterra, la Spagna, la Francia, gli Stati Uniti, dove è possibile diventare presidente a quarant'anni - e gli ex presidenti della Repubblica, esaurito il mandato, escono regolarmente di scena.
Nell'Italia del 2007, invece, lo spazio pubblico è attraversato da continui e sintomatici micro-episodi a sfondo meta-sanitario. Operazioni, incidenti, malanni, cliniche, ospedali, infermerie. Il vecchio Transatlantico di Montecitorio, là dove un tempo il pettegolezzo si limitava alle debolezze per lo più inorganiche degli uomini politici, funge ora da cassa di risonanza di diagnosi selvagge, e debitamente malevole. Quello è sordastro, quell'altro è caduto in bagno, quello s'imbottisce di Viagra, quello è arteriosclerotico, quell'altro ancora non si riprende più.
Si discute se sia il caso di affrontare i ferri in Italia o all'estero; in casa di cura privata o nelle strutture pubbliche. Gustavo Selva, che a suo tempo contestò Pertini per l'età, scrive ora l'elogio del pacemaker. Non che sia la cosa peggiore, anzi a suo modo è tenera, ma quando stanno male i nonnetti si scrivono messaggi augurali, si vanno a trovare, s'incoraggiano l'un l'altro. Nascono nuove figure: una, per dire, è la compagna d'ospedale o di malattia del potente, in genere sono giovani donne con cui gli illustri ammalati hanno fraternizzato nei loro momenti più difficili. E' successo a Bossi e poi anche a Berlusconi. Non c'è niente di brutto, in tutto questo, ma certo non dà l'idea di un paese proiettato nel futuro.
E' appena uscito un piccolo libro agghiacciante, "Elite e classi dirigenti in Italia" (a cura del professor Carlo Carboni, per Laterza); uno studio serio e pieno di numeri che certifica non già lo stato d'invecchiamento della classe di governo, che sarebbe la scoperta dell'acqua calda, ma che soprattutto documenta le barriere, i filtri, i freni, le procedure che i vecchi o gli anziani, carichi di risorse e prestigio, scaricano addosso alle generazioni più giovani. Queste ultime sempre più atterrite. E nemmeno tentate dal Gerovital o dai beveroni tibetani del dottor Scapagnini.
Fonte:www.repubblica.it
postato da: messapico85 alle ore 08:23 | link | commenti
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giovedì, 22 febbraio 2007

Bersani:liberalizziamo i Vaffanculo!!!

I Cavalieri dell'ideale

SI CAPISCE, uno ha tutto il diritto di coltivare i suoi ideali integerrimi. E di sentirsi eletto dal popolo lavoratore anche se è stato spedito in Senato da una segreteria di partito. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca la giacchetta in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l'onestà morale di non fare parte di alcuna coalizione di governo. E deve dirlo prima, non dopo. Deve farci la gentilezza di avvertirci prima, a noi pirla che abbiamo votato per una coalizione ben sapendo che dentro c'erano anche i baciapile, anche i moderatissimi, anche gli inciucisti. A noi coglioni che di basi americane non ne vorremmo mezza, ma sappiamo che se governano gli altri di basi americane ne avremo il triplo.

Invece no: questi duri e puri se ne strafottono della nostra confusione e della nostra fatica. Prima salgono sulla barca della maggioranza, poi tirano fuori dal taschino il loro cavaturaccioli tutto d'oro e fanno un bel buco nello scafo, per meglio onorare la loro suprema coerenza e la nostra suprema imbecillità. Un bell'applauso ai Cavalieri dell'Ideale: tanto, se tornano Berlusconi e Calderoli, per loro cosa cambia? Rimarranno sul loro cavallo bianco con la chioma al vento.

Michele Serra

postato da: messapico85 alle ore 12:23 | link | commenti
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Andate a casa!!!

Politica estera del governo, il Senato dice no

ROMA - La politica estera del governo non supera la prova del Senato. L'assemblea di Palazzo Madama ha respinto la mozione dell'Ulivo che chiedeva di approvare la relazione con cui il vicepremier Massimo D'Alema ha illustrato la strategia internazionale dell'esecutivo. Una strategia che il ministro degli Esteri aveva voluto inquadrare nella «tradizione italiana repubblicana», nel «programma dell'Unione votato dagli elettori», negli «interessi strategici del nostro Paese». Una strategia che vede uno dei propri capisaldi nella missione in Afghanistan, dove è importante continuare a restare «perché solo stando lì si può contribuire a lavorare per la pace». Ma proprio questa strategia non ha superato il giudizio dell'Aula: i voti favorevoli al testo illustrato da D'Alema sono stati 158, quelli contrari 136. A cui si aggiungono i 24 astenuti, che al Senato contano di fatto come dei no. Non è stata dunque raggiunta la maggioranza richiesta di 160 voti. Decisivi per la debacle i voti mancati all'appello da parte di alcuni «dissidenti» e senatori a vita. In serata il premier, Romano Prodi, si è recato al Quirinale per «rimettere il mandato».

«ITALIA PROTAGONISTA» - D'Alema aveva parlato al Senato per circa un'ora all'inizio della seduta, illustrando i vari ambiti in cui si sviluppa l'impegno della Farnesina e ricordando come il fondamento della politica estera dell'Italia sia l'articolo 11 della Costituzione che prevede il rifiuto della guerra. Il ministro degli Esteri aveva però rivendicato anche un ruolo attivo del Paese nella prevenzione dei conflitti in varie aree del mondo: «L'Italia c'è in diversi contesti internazionali e c'è con un ruolo da protagonista».

IRAQ E CASO VICENZA - L'intervento del ministro degli Esteri era stato contestato dalla Cdl, a cui non erano piaciute le prese di distanza dalle scelte compiute nei cinque anni dei governi Berlusconi. D'Alema aveva criticato l'unilateralismo americano e la scelta del centrodestra italiano di sostenere la guerra in Iraq. E su questi temi ha insistito nella sua replica agli interventi dei vari gruppi. «Noi non avremmo aderito alla politica neoconservatrice dell'amministrazione americana - ha detto D'Alema - e non avremmo mandato i soldati in Iraq. C'è una profonda diversità tra l'operazione militare in Afghanistan approvata dall'Onu, in base all'accertato fatto che ci fossero delle basi di Al Qaeda, e quella in Iraq, basata sulla menzogna dell'esistenza di armi di distruzione di massa: le due missioni non sono la stessa cosa». D'Alema, sollecitato da più parti, ha parlato anche del caso Vicenza, che non aveva voluto affrontare nella sua relazione: «Io ritengo che se il governo revocasse la decisione sull'ampliamento della base militare di Vicenza - ha spiegato - questo sarebbe un atto ostile nei confronti degli Usa».

POLITICA EUROPEA - Parlando ai senatori, all'inizio della seduta, il capo della Farnesina aveva precisato che sono tre le direttrici della politica estera italiana: «Rilancio dell'europeismo e dell'integrazione europea; svolta in Medio Oriente; e allargamento delle relazioni internazionali del nostro Paese». Sulla questione mediorientale, in particolare, il vicepremier aveva sottolineato che «l'Italia è tornata ad essere un Paese amico sia di Israele sia degli arabi e in questo contesto può esercitare un ruolo fondamentale sulla strada della pace». Il vicepremier ha ricordato che è stata ripresa la tradizione italiana dei buoni rapporti con tutte le nazioni dell'area del Mediterraneo, in parte abbandonata negli anni del governo della Cdl. E ha evidenziato la necessità di isolare il terrorismo all'interno del mondo arabo. L'assunzione del comando della missione Unifil in Libano, secondo D'Alema, è poi «un ulteriore riconoscimento del nostro nuovo ruolo politico internazionale». Per il vicepremier la missione libanese è importante perché per la prima volta Israele ha accettato un dispiegamento di forze ai propri confini, premessa per una possibile analoga azione di stabilizzazione anche a Gaza e in Cisgiordania. Quanto al governo palestinese, D'Alema ha auspicato il rilascio dei prigionieri israeliani il cui sequestro fu il pretesto per l'inizio delle ostilità con Beirut.

L'AFGHANISTAN - Sull'Afghanistan, D'Alema aveva spiegato che l'Italia ha rivendicato dinnanzi alle Nazioni Unite il ruolo di leading sulla missione «Unama» per la ricostruzione politica e civile e la stabilizzazione del Paese. Obiettivi che l'attuale intervento internazionale, basato soprattutto sull'opzione militare della missione Isaf, non è riuscito a centrare. D'Alema ha puntualizzato che molte delle personalità che oggi guidano le istituzioni afghane hanno radici nella sinistra e che con queste sia necessario dialogare. Per D'Alema, che ha evidenziato come nessun Paese al mondo ritenga che debbano essere ritirate le forze multinazionali di pace per evitare il ritorno del regime oscurantista dei talebani, va dunque rafforzato l'impegno civile. Inoltre l'Italia, ha detto il ministro degli Esteri, continuerà a lavorare per l'organizzazione di una conferenza internazionale di pace. «E' una scelta difficile rimanere lì - ha detto D'Alema - ma solo essendo lì possiamo contribuire a scelte per la pace. Se non ci fossimo, non potremmo rivendicare il diritto di esercitare il nostro peso nella comunità internazionale». D'Alema ha detto che il governo non si nasconde i rischi della permanenza in Afghanistan, ma quei rischi sono necessari per poter continuare il processo di pace.

Fonte:www.corriere.it

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mercoledì, 21 febbraio 2007

LETTERA A UN PROFESSORE

di Rita Pani (da R-Esistenza Infinita)          

Ciao Romano, ti ricordi? Sì, sono sempre io, quella comunista rossa rossa; ma non prendertela, non ti scrivevo più da un pezzo, sono certa avrai pazienza. E’ che ci provo a tacere, poi però mi ricordo perché decisi di votare per te… Ti ricordi? Ti votai solo per avere il diritto di lamentarmi, qualora le cose non fossero andate troppo bene.
E le cose non vanno, caro Romano, non vanno per nulla, come avevi promesso sarebbero andate.
“La serietà al governo!” Era il tuo slogan. Ci hai fregato, un punto per te. E’ vero, hai tolto dal governo i nani e le ballerine, ma non basta la seriosità di un viso a rendere serio un governo.
“Perché quest’Italia deve cambiare!” Anche questo era un tuo slogan, e qua non ci hai fregato nemmeno un po’.
Ti ho votato Romano, e l’averlo fatto mi porta ad affermare che, fino a quando non si ripristinerà il senso della politica (pensa, mi annoio persino a scriverlo, figurati il tedio per chi legge) io non voterò più. E credimi caro Romano, se ti dico che non sono la sola a pensarla così.
Spiegami un po’ Romano, quando dici che “rispetti la piazza ma la decisione (presa in precedenza da berlusconi), non si cambia”, dove dovrei notare il cambiamento dell’Italia?
Sì, c’è la differenza che tu rispetti la piazza mentre lui ci trattava da fancazzisti, squattrinati e puzzolenti, ma alla fine? Gli americani la base la faranno a Vicenza mica nel parco della villa di Arcore.
Ci dite che l’economia corre, e caro Romano, lo diceva anche lui, poi però, i conti voi li avete visti. Il fatto è che oggi come allora alla corsa dell’economia assistete soltanto voi.
Persino il ministro Padoa Schioppa è stato incapace di dimostrare la serietà del cambiamento del governo. Ti ricordi i movimenti No-Tav? Ti ricordi, Rutelli, Di Pietro, Pecorario che seduti comodi nei salotti televisivi, davano la solidarietà ai movimenti? Che belle parole quelle sul riassetto delle nostre ferrovie, che belle immagini di salvaguardia della natura, bellissime …
Oggi annunciate così, a bruciapelo e senza nemmeno uno spruzzo di borotalco, che la TAV si farà?
E il cambiamento?
Caro Romano, mi devo aspettare forse che da qui a breve, venga fuori un altro dei tuoi serissimi ministri, a dirmi che avete dato il via ai piloni (magari col morto dentro) del ponte di Messina?
State sbagliando a comportarvi esattamente come berlusconi, state sbagliando a credere che a noi basti la pacca sulla spalla sotto forma di DICO, di interventi urgenti per il tifo sportivo, per la lotta alle modelle magrissime, alle liberalizzazioni da attuare solo e soltanto se sono d’accordo le parti (economicamente rilevanti) interessate.
Non state ri-costruendo nulla in questo paese, avete messo solo qualche pezza qua e là, non avete nemmeno provato a trasformare la nostra fame in un più accettabile appetito.
Abbiamo votato per la pace, per il lavoro, per l’equità; siamo in guerra, disoccupati o precari, e sempre uguali a noi stessi, a vedervi schiavi del Papa o di Bush, di Montezemolo o delle banche…
Forse è vero che più si va in alto e meno appare visibile ciò che sta in basso.
Auguri Romano, mi sa che ne hai bisogno.

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lunedì, 19 febbraio 2007

W il Centrosinistra!!!

 Governo: presentato il piano eco-energetico

ROMA - Il governo ha presentato il pacchetto «clima-efficienza energetica-innovazione industriale» che intende agire su due i fronti: domanda e offerta. Per quanto riguarda la domanda, diventano operativi i benefici previsti dalla finanziaria 2007 con i decreti attuativi su riqualificazione degli edifici (innalzamento dal 36% al 55% della detrazione fiscale per eco-interventi); efficienza nell'industria; mobilità sostenibile (-20% carico fiscale per il gpl); fondo di Kyoto (600 milioni di fondo rotativo per il triennio 2007-2009). Per quanto diguarda l'offerta, invece, sono previsti incentivi al fotovoltaico; potenziamento dei certificati bianchi; revisione del meccanismo di incentivazione delle fonti rinnovabili; incentivazione alla cogenerazione ad alto rendimento; impulso alla bio-edilizia.

PRODI: «È UN GOVERNO VERDE» - «Con queste misure il nostro può chiamarsi un governo verde, in modo attivo e non solo puramente passivo come ci viene attribuito. È una strategia chiara di risparmio energetico, ottimizzazione delle risorse e ricorso a nuove forme di energia», ha commentato Romano Prodi. «Per cambiare finalmente registro nella politica energetica italiana. L'Italia ha bisogno di cambiare registro perché non possiamo continuare ad andare avanti con questo spreco di energia e con la mancanza di coscienza su quelli che sono gli interessi nazionali», ha aggiunto il presidente del Consiglio.

ECOINDUSTRIA - Sarà pari a un miliardo di euro la dotazione messa a disposizione dal governo per lo sviluppo dell’ecoindustria. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani. «A questo si aggiungono le risorse dei fondi comunitari 2007-2013 e quelle dei fondi aggiuntivi nazionali (Fas) per l'insieme delle quali si prevede uno specifico programma interregionale nel mezzogiorno finalizzato alle fonti rinnovabili e al risparmio energetico per complessivi 2,35 miliardi di euro».
«La sfida è nei consumi», ha aggiunto il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, «ma anche nell'innovazione dell'industria. Noi produciamo solo 30 megawatt di fotovoltaico: l'obiettivo è di arrivare a 3 mila megawatt in dieci anni».

Fonte:www.corriere.it

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Io Dico di sì!!!

I Dico piacciono a un italiano su due 

 

Due questioni emerse in questi giorni sembrano minare la coesione e la solidità del governo. La prima è costituita dal progetto sui Dico. Come si è già rilevato, la maggioranza assoluta della popolazione si dichiara decisamente favorevole sul principio ispiratore della legge: l'attribuzione di molti dei privilegi dei coniugati anche alle coppie conviventi non sposate. Il consenso è però per lo più rivolto alle sole unioni eterosessuali: la concessione di diritti alle coppie gay è vista da gran parte degli italiani (compresa una quota significativa dell'elettorato di centrosinistra) con molto minor favore. Anche per questo, in diversi settori dell'elettorato si sono diffusi atteggiamenti di ostilità (o di delusione) nei confronti della proposta di legge governativa, inevitabilmente frutto di compromessi.

L’elettorato è praticamente diviso a metà, tra favorevoli e non al provvedimento. I contrari si trovano in misura maggiore tra chi ammette di essere poco al corrente dell’effettivo contenuto della legge: ma sono numerosi anche tra chi afferma di conoscerla bene. Ancora, i critici sono ovviamente più nel centrodestra (con una presenza rilevante, tuttavia, tra gli indecisi e i tentati dall’astensione), ma si trovano in misura significativa anche tra i votanti per il centrosinistra, con una particolare accentuazione nell’elettorato della Margherita, ove raggiungono il 40 per cento. La seconda questione è connessa alla manifestazione di Vicenza. Molti hanno voluto attribuire un significato univoco all’evento, denominandolo di volta in volta «autentica espressione della volontà popolare» sino a «mero raduno nazionale delle frange pacifiste, estraneo alla città in cui si è svolto». In realtà, al corteo non può essere data una sola interpretazione, dato che ha visto esprimersi allo stesso tempo posizioni molto differenziate e talvolta contraddittorie.

Dal disagio di buona parte della popolazione per la collocazione così centrale della nuova base, al rimanifestarsi del più generale (e preesistente) atteggiamento di scarsa simpatia, talvolta di ostilità, nei confronti degli Stati Uniti. Questa posizione coinvolge tuttora una porzione rilevante, circa un quinto, degli italiani. Con una diffusione relativamente maggiore (attorno al 25%) tra i votanti per il centrosinistra, assieme a una presenza, in misura sensibilmente inferiore, anche nel centrodestra. Nell’insieme, le due questioni hanno ulteriormente messo in luce le contraddizioni — tipiche peraltro di qualunque coalizione—tra le diverse anime della maggioranza. Il governo pare vittima più di queste ultime (che, inevitabilmente, finiscono per scontentare l’uno o l’altro settore di elettorato del centrosinistra) che delle critiche esterne. Ma tutto ciò ha avuto sin qui scarso rilievo sull’atteggiamento dell’opinione pubblica verso l’esecutivo. Tanto che il clima di opinione non appare mutato granché rispetto al mese scorso.

Prodi e il governo nel suo complesso vengono tuttora visti criticamente dalla maggioranza dell’elettorato, compresa una parte consistente dei votanti per il centrosinistra. Al tempo stesso, c’è stato, negli ultimi mesi, un tendenziale recupero di popolarità, persino riguardo alle intenzioni di voto (che vedono comunque tuttora il vantaggio per il centrodestra), legato soprattutto alla cessazione del dibattito sulla Finanziaria e ai sintomi di ripresa economica in atto. Ciò suggerisce che il vero esame per la popolarità del governo avverrà nel momento della stesura dei prossimi provvedimenti in materia fiscale, in occasione del Dpef e, specialmente, della Finanziaria. Come si sa dall’esperienza passata, è specialmente sulla base di tematiche di questa natura che i votanti «mobili » (disponibili, cioè, a considerare il voto per entrambe le coalizioni) maturano la loro scelta e determinano, di conseguenza, il risultato elettorale.

Fonte:www.corriere.it

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domenica, 18 febbraio 2007

Unire,non dividere!!!

Mussi: «I Ds sono diventati forza marginale»


ROMA - «I Ds sono diventati un gigantesco gioco dell'oca in cui si è tornati al punto di partenza. Occhetto con il suo 16 per cento dovette fare le valigie mentre ora si celebrano i successi di un segretario che ci fa fare il 17,2 per cento». È stato durissimo l'attacco di Fabio Mussi al segretario dei Ds, Piero Fassino, durante la presentazione della mozione 'A sinistra, per il socialismo europeo', al Teatro valle di Roma. Il ministro dell'Università e della Ricerca ha messo in allerta il leader della Quercia: «Siamo diventati una forza marginale del Paese, siamo oggi un partito degli eletti. Nelle nostre sezioni si discute di più delle liste che della situazione in Medio Oriente».

SINISTRA UNITARIA - Mussi ha poi ribadito la sua opposizione alla nascita del Partito democratico. «Dobbiamo vincere il congresso, no al partito democratico e no al manifesto presentato nei giorni scorsi». L'alternativa, dice Mussi, potrebbe essere la riunificazione della sinistra. «Non è scontato - osserva il ministro - che la sinistra in Italia debba essere divisa. Se continua a essere divisa, per lei è la rovina. Si può trovare una prospettiva unitaria per i molti che vengono dalla crisi del Partito socialista e per chi viene dal Pci». Ma che può coinvolgere anche una sinistra nuova, i movimenti nati negli ultimi anni. «Le logiche di nicchia o di trincea - insiste il leader della sinistra Ds - di chi difende il proprio 2% o il 2,1% non lasceranno sopravvissuti. Bisogna rimetterci tutti in discussione e riaprire la prospettiva di un grande partito di sinistra, di ispirazione socialista».

«PIU' RISPETTO» - A Mussi risponde Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria nazionale dei Democratici di sinistra. «Il congresso dei Ds è l'occasione per un confronto libero e democratico su come costruire in Italia una grande forza riformatrice che svolga la stessa funzione politica e copra lo stesso spazio elettorale che in Europa è esercitato dai grandi partiti socialisti». «La trasformazione dell'Ulivo in un soggetto politico democratico e riformista - prosegue l'esponente della Quercia - risponde a questa esigenza: dare all'Italia quella forza riformatrice di cui ha bisogno». «Le proposte presentate da Mussi non mi pare vadano oltre un aggiustamento del quadro esistente. Quanto alle affermazioni sui risultati elettorali e sul ruolo dei Ds - sostiene Migliavacca - occorre da parte di tutti un maggiore rispetto per il lavoro svolto in questi anni. Un lavoro che dopo la sconfitta del 2001 ha visto i Ds vincere tutte le competizioni elettorali ed essere protagonisti della ricostruzione dell'Ulivo e del centrosinistra. Un lavoro che è merito di tanti - conclude - ma anche, e in primo luogo, del segretario e del gruppo dirigente dei Ds».

FONTE:www.corriere.it

postato da: messapico85 alle ore 20:29 | link | commenti
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