Follini: subito un’alleanza tra Udc e sinistra riformista
«Certo Sissi, mi siedo al posto di sempre ». Davanti a Palazzo Madama, l’autista chiede preoccupato: «Senatore, passiamo dal retro?». «No, dall’ingresso principale». «Traditore!» gli gridano. Ma sono di più i passanti che lo applaudono. Dentro potrebbe andare peggio. «I fischi li ho messi in preventivo — dice Marco Follini —. Non mi faranno piacere, ma neppure paura. Del resto la reazione peggiore è stata quella dei vecchi amici: Casini e Cesa. A loro non replico. La risposta a Casini la darà il tempo. Io aspetto paziente, e invito al disarmo delle parole. La leggerezza con cui si lanciano epiteti come "trasformista" o "traditore" mi sembra eccessiva». Il primo a salutarlo è un altro senatore che stava dall’altra parte, Fisichella. Poi una pacca di Mussi. Salendo le scale verso l’aula, Follini spiega che la sua scelta non riguarda solo il voto di oggi ma soprattutto il futuro: «Si tratta di costruire nuove alleanze. La prospettiva è di un incontro tra la sinistra riformista e i cattolici liberali. La linea di tendenza è saldare quanto resta di due antiche culture politiche. Forse non sarà per domani. Possiamo litigare ancora qualche giorno, ma non possiamo permetterci di continuare a lungo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. E sarebbe un errore attendere la riforma elettorale.
L’alleanza viene prima, non dopo». Lo schema immaginato da Buttiglione—subito il modello tedesco, poi alleanza tra Udc e partito democratico — non lo convince: «La riforma elettorale rischia di diventare un tormentone, se non è preceduta da un movimento della politica. Il modello tedesco riceve molti sì ma anche parecchi no, dall’interno della maggioranza. Ora il governo c’è, ed è un bene; domani dovrà esserci anche un nuovo assetto. Io comincio a lavorarci. Gli altri, spero, arriveranno». Gli altri per il momento fanno finta di non conoscerlo. Follini attraversa l’aula come un fantasma e va a sedersi in alto a destra. «Non sarei obbligato: Palazzo Madama non è come Montecitorio, dove ogni deputato ha il suo scranno. Qui ognuno si siede dove gli pare». E’ che non vuole sembrare spaventato. Il primo segnale viene da un insospettabile: Storace. Già l’altro giorno gli aveva mandato un sms amichevole: «Non meriti di essere lapidato, ma non capisco perché passi dalla monarchia di Berlusconi a quella di Prodi». Ora Epurator risale l’aula per andare a stringere la mano al «traditore»: «Sai quanti voti perderò per essere venuto a parlarti? ». Dal banco del governo lo imita Rutelli. Da D’Alema un cenno con la mano, ricambiato. Spiega Follini che non è stato certo lui il traghettatore, sempre che ne esista uno.
Tanto meno Mastella, che ora alla buvette vaticina un governo di larghe intese. «Belle e impossibili— dice Follini —. Sarebbe già tanto far crollare il nuovo Muro di Berlino che si è ricostruito in Italia. Invece siamo ancora fermi al check- point Charlie, dove talora ci si scambiano prigionieri e talora insulti. Io oggi tolgo un po’ di filo spinato». Con Mastella ha un rapporto affettuoso, lo considera «un buono, un generoso»; ma non è un partitino a due che gli interessa. Prodi ha telefonato,manon troppo: il giorno della sua caduta, e il giorno della decisione di Follini; non sono in gioco contropartite, né ministeri. Se deve fare il nome di un interlocutore su cui punta per costruire l’alleanza, indica un giovane: Enrico Letta. E’ anche a lui che pensa, quando prevede a breve un cambio generazionale; «perché noi cinquantenni abbiamo fatto già fin troppe cose. Abbiamo molto passato; quindi, poco futuro». Parla il premier, Follini in aula è un po’ meno solo. Gli si è seduto accanto Trematerra, sospettato di essere l’inesistente «folliniano coperto»: «Sono entrato nel mirino di Cossiga per quel viaggio che feci a New York con Casini, assentandomi dal Senato. Ti ricordi Marco?» gli sorride.
Al suo fianco si accuccia Luvè, che scherza: «Se hai bisogno ti faccio da scorta». Pistorio, altro sospettato, gli sussurra: «Sai che non condivido, ma sappi che sui giornali siciliani ho fatto dichiarazioni molto rispettose». Follini segue Prodi a braccia conserte. Applaude solo due volte: al passaggio sulle forze dell’ordine, e—brevemente — alla fine. Poi si alza, saluta Schifani, stringe la mano a Vegas, Antonione, Izzo, si ferma ad ascoltare Sterpa: «Non ho nulla contro di te...». «All’inizio c’era un po’ di imbarazzo reciproco— racconta Follini all’uscita —. Ma pensavo peggio. Al momento di votare la fiducia sarà più pesante: hanno fischiato Ciampi, figurarsi me.E saranno duri anche i sette minuti che avrò per la mia dichiarazione ». Gli appunti sono già pronti. «Dirò che non sono né un trasformista né un traditore: perché attraversare le linee non significa tradire, ma superare il bipolarismo com’è adesso, andare oltre gli steccati tra i due schieramenti, sbloccare il sistema politico». L’auto lo riporta in sede. Il tavolo di vetro, la copertina dell’ultimoHarry Potter, la foto della figlia. «Prodi ha scelto un discorso volutamente di basso profilo. Tondo, senza spigoli, senza emozioni.
Avrebbe potuto fare un intervento identitario, chiamare alle armi i suoi; invece si è rivolto anche all’esterno, ha riconosciuto il merito del precedente governo nella ripresa economica. Di fatto, comincia il disgelo istituzionale». Messaggi distensivi sono arrivati da Maroni, Bondi, D’Onofrio. Fini l’ha rimproverato, Berlusconi non si è fatto sentire. «Cercherò di presentare liste dell’Italia di mezzo alle prossime amministrative, scegliendo di volta in volta chi sostenere: aGenova,
Fonte:www.corriere.it
Accanimento terapeutico

Io non lo so.... ma mi pare che come al solito i politici e la politica perdano la trebisonda. E vanno dietro questo delirio sconclusionato tutti i politologi e i cosiddetti giornalisti. Per non parlare delle mezze cartucce di sezione che si atteggiano a grandi statisti di contrada e che copiano ragionamenti da Porta a Porta non limitandosi a quelli loro più consoni di dentro la porta delle mura del loro paesello.
Il problema non è, per me, se un governo cade per due teste fresche che non se la sentono di partecipare al gioco democratico o se cade per un paio di senatori a vita eterna.
Il problema è che il Centrosinistra, ossia il papà di questo governo inciampatore, non è riuscito dopo cinque anni di porcherie galattiche del Centrodestra, di democrazia mandata al macero, di istituzioni smantellate, di leggi ad personam, di recrudescenza di neofascismi e di governi da dittatura televisiva a conquistare la fiducia di una maggioranza cospicua dell'elettorato.
Perchè non è riuscito?
Perchè manca di credibilità, di unitarietà, di serietà, di sensibilità, di carisma.
Perchè straparla e spara cazzate colossali.
E' chiaro che oggi si trova sul filo del rasoio.
Gli si era chiesto di fare una VERA legge sul conflitto di interessi, di abbandonare
Può essere l'antiberlusconismo (giustificatissimo!!!!) l'unico collante? Può essere questo il Bau Bau, lo spauracchio per accettare qualsiasi cazzata stratosferica?
Solo privatizzazioni a cavolo e senza accordo preventivo che nemmeno Previti, Dell'Utri, Berlusconi,
E per fortuna una legge elettorale made in CdL, iniqua e rivoltante ma che nessuno ancora accenna a cambiare, ha permesso nonostante 200000 voti in meno al Senato di avere anche qui una maggioranza risicatissima.
Questo è il vero problema.
Non altri.
Il problema è che non si capisce perchè bisogna votare una Sinistra che si comporta peggio della Destra.
A questo punto vince il populismo sul buon governo (che poi non c'è veramente).
Non è il problema nè Rossi (il comico? Il calciatore? Il cartone animato?) nè questo Carneade di Franco Turigliatto (ora, da marzista rivoluzionario dovrebbe vendere il suo nome piemontese assurto ai disonori della cronaca a qualche fabbrica di bagna cauda liofilizzata o a qualche Barolo Chinato!).
Il problema vero e sostanziale è che i "nostri" dirigenti non hanno nè concretezza, nè visione politica, nè elevazione e tensione ideale, nè idee chiare, nè il polso delle esigenze sociali e delle istanze popolari, nè comunicazione (che senza il resto sarebbe solo vendere fumo).
Si autocelebrano forti dei loro emolumenti da favola e dei loro benefit fregandosene dei veri problemi del popolo elettore (cosa vuoi che gli importa dei Di.Co se per loro quei diritti già ci sono? Cosa gli importa delle famiglie se loro di media ne hanno già tre? Che gliene importa delle pensioni se loro prendono tremilaeuro dopo cinque anni di poltrona? Che gliene importa di Cristo e del Cristianesimo quando d'importante c'è solo l'interesse a raccattare i voti della Chiesa ? ).
Quanti operai, studenti, lavoratori oggi ci sono nelle file di partiti e negli scranni del potere? Anche in quei partiti "del popolo" quanti braccianti, operai, edili, studenti ci sono più? Chi è a capo dei partiti dei lavoratori?
Dice: ci vuole competenza giuridica ed economica in politica. Per dire che si ha fame e che ci sono diritti lesi ci vuole la laurea? L'intelligghenzia è una grande chiesa che mistifica a danno degli "ignoranti". Alla faccia del sol dell'avvenire, di falci e martelli. Oggi comanda il bancario, il leguleio, il commercialista.
Nella Prima Repubblica c'erano i Pepponi con le mani callose di chi lavora. Oggi sono tutti fini avvocati, rampanti commercialisti, "quadri" con la quindicesima e l'auto aziendale, burocrati di alto rango che non hanno mai diviso le palpitazioni di un popolo spicciolo con l'affanno di mutui, cambiali, scadenze, bollette, fitti e tasse.
Questo è il problema.
Manca la credibilità e la coerenza.
E basta.
Non è conquistando il Compagno Follini in cambio dei sacrosanti (!) Di.Co. che si migliora la situazione. Quadreranno i numeri, forse, per un episodio, per due, per tre, ma la crisi sarà come una scimmia sulla spalla di Prodi.
E la credibilità andrà a Remengo, posto improbabile ma sicuramente ubicato dalle parti del paese natale di Turigliatto.
Il problema vero è profondo ed è a 360 gradi.
Non è su due numeretti al Senato come ci vogliono far credere da ogni parte.
Diciamocelo per evitare che l'ipocrisia dei grandi sia suffragata dall'ipocrisia di una base scoglionata e delusa che cerca scuse infantili.
Gli alibi non servono.
Non servono a Roma e non servono nelle periferie dell'impero.
Qui non c'è l'arbitro venduto. Siamo noi i venduti che ci beviamo questo immane broda putrida senza protestare.
Si può stare zitti per non disturbare il manovratore, si può tacere per un po' aspettando improvvise e provvidenziali saggezze e lungimiranze che non arrivano, ma dopo un po' non è ammissibile più guardare questo spettacolo squallido e tacere.
"Con questi dirigenti non vinceremo mai."
Moretti rimane l'unico grido sincero e spietato da cinque anni a questa parte.
Non è stato ancora smentito. E non è stato nemmeno sentito.
C'è la panacea del Partito Democratico.
Io ci credo.
Ma non credo che con queste teste di cavolo possa rifiorire la politica SOLO cambiando un nome e lasciando uguali i giochi e gli altarini.
Occorre cambiare sicuramente.
Ma radicalmente.
Bisogna ridare senso e sensibilità alla politica. Immettere giovani, ma giovani veri e non nostalgici con i pannolini. I nostalgici giovani sono più pericolosi dei vecchi nostalgici. Questi ultimi hanno scusanti a iosa. I primi sono vecchi prima di nascere e questo non va bene.
“La difficoltà non sta nel credere nelle nuove idee, ma nel fuggire dalle vecchie.”
John Maynard Keynes
Vale sempre e per tutti.
Bisogna essere LAICI veramente, mai affezionarsi ai propri miti pensandoli insostituibili. Non si possono trovare scuse.
Nè siccome le teste non cambiano cambiando nome non si deve cambiare. Che cavolo di discorso è questo?
Bisogna cambiare modo, metodo e sostanza.
Soprattutto sostanza.
Per il bene di tutti.
Facciamo presto!!!!!!

Arch. Giuseppe Resta
I Cavalieri dell'ideale
SI CAPISCE, uno ha tutto il diritto di coltivare i suoi ideali integerrimi. E di sentirsi eletto dal popolo lavoratore anche se è stato spedito in Senato da una segreteria di partito. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca la giacchetta in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l'onestà morale di non fare parte di alcuna coalizione di governo. E deve dirlo prima, non dopo. Deve farci la gentilezza di avvertirci prima, a noi pirla che abbiamo votato per una coalizione ben sapendo che dentro c'erano anche i baciapile, anche i moderatissimi, anche gli inciucisti. A noi coglioni che di basi americane non ne vorremmo mezza, ma sappiamo che se governano gli altri di basi americane ne avremo il triplo.
Invece no: questi duri e puri se ne strafottono della nostra confusione e della nostra fatica. Prima salgono sulla barca della maggioranza, poi tirano fuori dal taschino il loro cavaturaccioli tutto d'oro e fanno un bel buco nello scafo, per meglio onorare la loro suprema coerenza e la nostra suprema imbecillità. Un bell'applauso ai Cavalieri dell'Ideale: tanto, se tornano Berlusconi e Calderoli, per loro cosa cambia? Rimarranno sul loro cavallo bianco con la chioma al vento.
Michele Serra
Politica estera del governo, il Senato dice no
ROMA - La politica estera del governo non supera la prova del Senato. L'assemblea di Palazzo Madama ha respinto la mozione dell'Ulivo che chiedeva di approvare la relazione con cui il vicepremier Massimo D'Alema ha illustrato la strategia internazionale dell'esecutivo. Una strategia che il ministro degli Esteri aveva voluto inquadrare nella «tradizione italiana repubblicana», nel «programma dell'Unione votato dagli elettori», negli «interessi strategici del nostro Paese». Una strategia che vede uno dei propri capisaldi nella missione in Afghanistan, dove è importante continuare a restare «perché solo stando lì si può contribuire a lavorare per la pace». Ma proprio questa strategia non ha superato il giudizio dell'Aula: i voti favorevoli al testo illustrato da D'Alema sono stati 158, quelli contrari
«ITALIA PROTAGONISTA» - D'Alema aveva parlato al Senato per circa un'ora all'inizio della seduta, illustrando i vari ambiti in cui si sviluppa l'impegno della Farnesina e ricordando come il fondamento della politica estera dell'Italia sia l'articolo 11 della Costituzione che prevede il rifiuto della guerra. Il ministro degli Esteri aveva però rivendicato anche un ruolo attivo del Paese nella prevenzione dei conflitti in varie aree del mondo: «L'Italia c'è in diversi contesti internazionali e c'è con un ruolo da protagonista».
IRAQ E CASO VICENZA - L'intervento del ministro degli Esteri era stato contestato dalla Cdl, a cui non erano piaciute le prese di distanza dalle scelte compiute nei cinque anni dei governi Berlusconi. D'Alema aveva criticato l'unilateralismo americano e la scelta del centrodestra italiano di sostenere la guerra in Iraq. E su questi temi ha insistito nella sua replica agli interventi dei vari gruppi. «Noi non avremmo aderito alla politica neoconservatrice dell'amministrazione americana - ha detto D'Alema - e non avremmo mandato i soldati in Iraq. C'è una profonda diversità tra l'operazione militare in Afghanistan approvata dall'Onu, in base all'accertato fatto che ci fossero delle basi di Al Qaeda, e quella in Iraq, basata sulla menzogna dell'esistenza di armi di distruzione di massa: le due missioni non sono la stessa cosa». D'Alema, sollecitato da più parti, ha parlato anche del caso Vicenza, che non aveva voluto affrontare nella sua relazione: «Io ritengo che se il governo revocasse la decisione sull'ampliamento della base militare di Vicenza - ha spiegato - questo sarebbe un atto ostile nei confronti degli Usa».
POLITICA EUROPEA - Parlando ai senatori, all'inizio della seduta, il capo della Farnesina aveva precisato che sono tre le direttrici della politica estera italiana: «Rilancio dell'europeismo e dell'integrazione europea; svolta in Medio Oriente; e allargamento delle relazioni internazionali del nostro Paese». Sulla questione mediorientale, in particolare, il vicepremier aveva sottolineato che «l'Italia è tornata ad essere un Paese amico sia di Israele sia degli arabi e in questo contesto può esercitare un ruolo fondamentale sulla strada della pace». Il vicepremier ha ricordato che è stata ripresa la tradizione italiana dei buoni rapporti con tutte le nazioni dell'area del Mediterraneo, in parte abbandonata negli anni del governo della Cdl. E ha evidenziato la necessità di isolare il terrorismo all'interno del mondo arabo. L'assunzione del comando della missione Unifil in Libano, secondo D'Alema, è poi «un ulteriore riconoscimento del nostro nuovo ruolo politico internazionale». Per il vicepremier la missione libanese è importante perché per la prima volta Israele ha accettato un dispiegamento di forze ai propri confini, premessa per una possibile analoga azione di stabilizzazione anche a Gaza e in Cisgiordania. Quanto al governo palestinese, D'Alema ha auspicato il rilascio dei prigionieri israeliani il cui sequestro fu il pretesto per l'inizio delle ostilità con Beirut.
L'AFGHANISTAN - Sull'Afghanistan, D'Alema aveva spiegato che l'Italia ha rivendicato dinnanzi alle Nazioni Unite il ruolo di leading sulla missione «Unama» per la ricostruzione politica e civile e la stabilizzazione del Paese. Obiettivi che l'attuale intervento internazionale, basato soprattutto sull'opzione militare della missione Isaf, non è riuscito a centrare. D'Alema ha puntualizzato che molte delle personalità che oggi guidano le istituzioni afghane hanno radici nella sinistra e che con queste sia necessario dialogare. Per D'Alema, che ha evidenziato come nessun Paese al mondo ritenga che debbano essere ritirate le forze multinazionali di pace per evitare il ritorno del regime oscurantista dei talebani, va dunque rafforzato l'impegno civile. Inoltre l'Italia, ha detto il ministro degli Esteri, continuerà a lavorare per l'organizzazione di una conferenza internazionale di pace. «E' una scelta difficile rimanere lì - ha detto D'Alema - ma solo essendo lì possiamo contribuire a scelte per la pace. Se non ci fossimo, non potremmo rivendicare il diritto di esercitare il nostro peso nella comunità internazionale». D'Alema ha detto che il governo non si nasconde i rischi della permanenza in Afghanistan, ma quei rischi sono necessari per poter continuare il processo di pace.
Fonte:www.corriere.it
LETTERA A UN PROFESSORE
di Rita Pani (da R-Esistenza Infinita)
Ciao Romano, ti ricordi? Sì, sono sempre io, quella comunista rossa rossa; ma non prendertela, non ti scrivevo più da un pezzo, sono certa avrai pazienza. E’ che ci provo a tacere, poi però mi ricordo perché decisi di votare per te… Ti ricordi? Ti votai solo per avere il diritto di lamentarmi, qualora le cose non fossero andate troppo bene.
E le cose non vanno, caro Romano, non vanno per nulla, come avevi promesso sarebbero andate.
“La serietà al governo!” Era il tuo slogan. Ci hai fregato, un punto per te. E’ vero, hai tolto dal governo i nani e le ballerine, ma non basta la seriosità di un viso a rendere serio un governo.
“Perché quest’Italia deve cambiare!” Anche questo era un tuo slogan, e qua non ci hai fregato nemmeno un po’.
Ti ho votato Romano, e l’averlo fatto mi porta ad affermare che, fino a quando non si ripristinerà il senso della politica (pensa, mi annoio persino a scriverlo, figurati il tedio per chi legge) io non voterò più. E credimi caro Romano, se ti dico che non sono la sola a pensarla così.
Spiegami un po’ Romano, quando dici che “rispetti la piazza ma la decisione (presa in precedenza da berlusconi), non si cambia”, dove dovrei notare il cambiamento dell’Italia?
Sì, c’è la differenza che tu rispetti la piazza mentre lui ci trattava da fancazzisti, squattrinati e puzzolenti, ma alla fine? Gli americani la base la faranno a Vicenza mica nel parco della villa di Arcore.
Ci dite che l’economia corre, e caro Romano, lo diceva anche lui, poi però, i conti voi li avete visti. Il fatto è che oggi come allora alla corsa dell’economia assistete soltanto voi.
Persino il ministro Padoa Schioppa è stato incapace di dimostrare la serietà del cambiamento del governo. Ti ricordi i movimenti No-Tav? Ti ricordi, Rutelli, Di Pietro, Pecorario che seduti comodi nei salotti televisivi, davano la solidarietà ai movimenti? Che belle parole quelle sul riassetto delle nostre ferrovie, che belle immagini di salvaguardia della natura, bellissime …
Oggi annunciate così, a bruciapelo e senza nemmeno uno spruzzo di borotalco, che
E il cambiamento?
Caro Romano, mi devo aspettare forse che da qui a breve, venga fuori un altro dei tuoi serissimi ministri, a dirmi che avete dato il via ai piloni (magari col morto dentro) del ponte di Messina?
State sbagliando a comportarvi esattamente come berlusconi, state sbagliando a credere che a noi basti la pacca sulla spalla sotto forma di DICO, di interventi urgenti per il tifo sportivo, per la lotta alle modelle magrissime, alle liberalizzazioni da attuare solo e soltanto se sono d’accordo le parti (economicamente rilevanti) interessate.
Non state ri-costruendo nulla in questo paese, avete messo solo qualche pezza qua e là, non avete nemmeno provato a trasformare la nostra fame in un più accettabile appetito.
Abbiamo votato per la pace, per il lavoro, per l’equità; siamo in guerra, disoccupati o precari, e sempre uguali a noi stessi, a vedervi schiavi del Papa o di Bush, di Montezemolo o delle banche…
Forse è vero che più si va in alto e meno appare visibile ciò che sta in basso.
Auguri Romano, mi sa che ne hai bisogno.
Governo: presentato il piano eco-energetico
ROMA - Il governo ha presentato il pacchetto «clima-efficienza energetica-innovazione industriale» che intende agire su due i fronti: domanda e offerta. Per quanto riguarda la domanda, diventano operativi i benefici previsti dalla finanziaria 2007 con i decreti attuativi su riqualificazione degli edifici (innalzamento dal 36% al 55% della detrazione fiscale per eco-interventi); efficienza nell'industria; mobilità sostenibile (-20% carico fiscale per il gpl); fondo di Kyoto (600 milioni di fondo rotativo per il triennio 2007-2009). Per quanto diguarda l'offerta, invece, sono previsti incentivi al fotovoltaico; potenziamento dei certificati bianchi; revisione del meccanismo di incentivazione delle fonti rinnovabili; incentivazione alla cogenerazione ad alto rendimento; impulso alla bio-edilizia.
PRODI: «È UN GOVERNO VERDE» - «Con queste misure il nostro può chiamarsi un governo verde, in modo attivo e non solo puramente passivo come ci viene attribuito. È una strategia chiara di risparmio energetico, ottimizzazione delle risorse e ricorso a nuove forme di energia», ha commentato Romano Prodi. «Per cambiare finalmente registro nella politica energetica italiana. L'Italia ha bisogno di cambiare registro perché non possiamo continuare ad andare avanti con questo spreco di energia e con la mancanza di coscienza su quelli che sono gli interessi nazionali», ha aggiunto il presidente del Consiglio.
ECOINDUSTRIA - Sarà pari a un miliardo di euro la dotazione messa a disposizione dal governo per lo sviluppo dell’ecoindustria. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani. «A questo si aggiungono le risorse dei fondi comunitari 2007-2013 e quelle dei fondi aggiuntivi nazionali (Fas) per l'insieme delle quali si prevede uno specifico programma interregionale nel mezzogiorno finalizzato alle fonti rinnovabili e al risparmio energetico per complessivi 2,35 miliardi di euro».
«La sfida è nei consumi», ha aggiunto il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, «ma anche nell'innovazione dell'industria. Noi produciamo solo 30 megawatt di fotovoltaico: l'obiettivo è di arrivare a 3 mila megawatt in dieci anni».
Fonte:www.corriere.it
I Dico piacciono a un italiano su due
Due questioni emerse in questi giorni sembrano minare la coesione e la solidità del governo. La prima è costituita dal progetto sui Dico. Come si è già rilevato, la maggioranza assoluta della popolazione si dichiara decisamente favorevole sul principio ispiratore della legge: l'attribuzione di molti dei privilegi dei coniugati anche alle coppie conviventi non sposate. Il consenso è però per lo più rivolto alle sole unioni eterosessuali: la concessione di diritti alle coppie gay è vista da gran parte degli italiani (compresa una quota significativa dell'elettorato di centrosinistra) con molto minor favore. Anche per questo, in diversi settori dell'elettorato si sono diffusi atteggiamenti di ostilità (o di delusione) nei confronti della proposta di legge governativa, inevitabilmente frutto di compromessi.
L’elettorato è praticamente diviso a metà, tra favorevoli e non al provvedimento. I contrari si trovano in misura maggiore tra chi ammette di essere poco al corrente dell’effettivo contenuto della legge: ma sono numerosi anche tra chi afferma di conoscerla bene. Ancora, i critici sono ovviamente più nel centrodestra (con una presenza rilevante, tuttavia, tra gli indecisi e i tentati dall’astensione), ma si trovano in misura significativa anche tra i votanti per il centrosinistra, con una particolare accentuazione nell’elettorato della Margherita, ove raggiungono il 40 per cento. La seconda questione è connessa alla manifestazione di Vicenza. Molti hanno voluto attribuire un significato univoco all’evento, denominandolo di volta in volta «autentica espressione della volontà popolare» sino a «mero raduno nazionale delle frange pacifiste, estraneo alla città in cui si è svolto». In realtà, al corteo non può essere data una sola interpretazione, dato che ha visto esprimersi allo stesso tempo posizioni molto differenziate e talvolta contraddittorie.
Dal disagio di buona parte della popolazione per la collocazione così centrale della nuova base, al rimanifestarsi del più generale (e preesistente) atteggiamento di scarsa simpatia, talvolta di ostilità, nei confronti degli Stati Uniti. Questa posizione coinvolge tuttora una porzione rilevante, circa un quinto, degli italiani. Con una diffusione relativamente maggiore (attorno al 25%) tra i votanti per il centrosinistra, assieme a una presenza, in misura sensibilmente inferiore, anche nel centrodestra. Nell’insieme, le due questioni hanno ulteriormente messo in luce le contraddizioni — tipiche peraltro di qualunque coalizione—tra le diverse anime della maggioranza. Il governo pare vittima più di queste ultime (che, inevitabilmente, finiscono per scontentare l’uno o l’altro settore di elettorato del centrosinistra) che delle critiche esterne. Ma tutto ciò ha avuto sin qui scarso rilievo sull’atteggiamento dell’opinione pubblica verso l’esecutivo. Tanto che il clima di opinione non appare mutato granché rispetto al mese scorso.
Prodi e il governo nel suo complesso vengono tuttora visti criticamente dalla maggioranza dell’elettorato, compresa una parte consistente dei votanti per il centrosinistra. Al tempo stesso, c’è stato, negli ultimi mesi, un tendenziale recupero di popolarità, persino riguardo alle intenzioni di voto (che vedono comunque tuttora il vantaggio per il centrodestra), legato soprattutto alla cessazione del dibattito sulla Finanziaria e ai sintomi di ripresa economica in atto. Ciò suggerisce che il vero esame per la popolarità del governo avverrà nel momento della stesura dei prossimi provvedimenti in materia fiscale, in occasione del Dpef e, specialmente, della Finanziaria. Come si sa dall’esperienza passata, è specialmente sulla base di tematiche di questa natura che i votanti «mobili » (disponibili, cioè, a considerare il voto per entrambe le coalizioni) maturano la loro scelta e determinano, di conseguenza, il risultato elettorale.
Fonte:www.corriere.it
Mussi: «I Ds sono diventati forza marginale»
ROMA - «I Ds sono diventati un gigantesco gioco dell'oca in cui si è tornati al punto di partenza. Occhetto con il suo 16 per cento dovette fare le valigie mentre ora si celebrano i successi di un segretario che ci fa fare il 17,2 per cento». È stato durissimo l'attacco di Fabio Mussi al segretario dei Ds, Piero Fassino, durante la presentazione della mozione 'A sinistra, per il socialismo europeo', al Teatro valle di Roma. Il ministro dell'Università e della Ricerca ha messo in allerta il leader della Quercia: «Siamo diventati una forza marginale del Paese, siamo oggi un partito degli eletti. Nelle nostre sezioni si discute di più delle liste che della situazione in Medio Oriente».
SINISTRA UNITARIA - Mussi ha poi ribadito la sua opposizione alla nascita del Partito democratico. «Dobbiamo vincere il congresso, no al partito democratico e no al manifesto presentato nei giorni scorsi». L'alternativa, dice Mussi, potrebbe essere la riunificazione della sinistra. «Non è scontato - osserva il ministro - che la sinistra in Italia debba essere divisa. Se continua a essere divisa, per lei è la rovina. Si può trovare una prospettiva unitaria per i molti che vengono dalla crisi del Partito socialista e per chi viene dal Pci». Ma che può coinvolgere anche una sinistra nuova, i movimenti nati negli ultimi anni. «Le logiche di nicchia o di trincea - insiste il leader della sinistra Ds - di chi difende il proprio 2% o il 2,1% non lasceranno sopravvissuti. Bisogna rimetterci tutti in discussione e riaprire la prospettiva di un grande partito di sinistra, di ispirazione socialista».
«PIU' RISPETTO» - A Mussi risponde Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria nazionale dei Democratici di sinistra. «Il congresso dei Ds è l'occasione per un confronto libero e democratico su come costruire in Italia una grande forza riformatrice che svolga la stessa funzione politica e copra lo stesso spazio elettorale che in Europa è esercitato dai grandi partiti socialisti». «La trasformazione dell'Ulivo in un soggetto politico democratico e riformista - prosegue l'esponente della Quercia - risponde a questa esigenza: dare all'Italia quella forza riformatrice di cui ha bisogno». «Le proposte presentate da Mussi non mi pare vadano oltre un aggiustamento del quadro esistente. Quanto alle affermazioni sui risultati elettorali e sul ruolo dei Ds - sostiene Migliavacca - occorre da parte di tutti un maggiore rispetto per il lavoro svolto in questi anni. Un lavoro che dopo la sconfitta del
FONTE:www.corriere.it