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martedì, 26 febbraio 2008

La Chiesa che non voglio

Confesso un duplice fastidio. Da una parte l’immagine trasmessa dai media di un Partito Democratico segnato al suo interno dallo scontro fra laici e cattolici è un’immagine falsa, che non registra la profondità dei processi avvenuti e non si accorge che, in realtà, anche sui temi cosiddetti eticamente sensibili, per ogni opzione, per quasi ogni sfumatura, salvo quelle estreme, registriamo una trasversalità fra credenti e non credenti. Dall’altra ritornano perennemente autorevoli interventi della Santa Sede e della Chiesa italiana sull’Osservatore Romano, sull’Avvenire, su Famiglia Cristiana, ora addirittura come commento alle candidature Radicali e di Veronesi, che lamentano l’irrilevanza dei credenti nella politica italiana, e nel Pd.

Se questi giudizi fossero esatti, l’immagine che ne emergerebbe sarebbe davvero di una Chiesa, una cristianità, in difficoltà, priva, da una parte e dall’altra, di un laicato capace di esercitare i suoi compiti da sé e di contribuire allo sviluppo della società italiana, un laicato che ha bisogno dell’intervento e della pressione diretta della gerarchia per farsi prendere sul serio dalla politica, di fatto senza idee e iniziativa propria. Una conclusione singolare in un Paese in cui viceversa, proprio sul terreno del rapporto fra società civile e politica, la vitalità di una presenza cattolica diffusa, di una molteplicità di soggettività sociali attive, di una gamma estesissima di esperienze comunitarie di vario segno, di produttori di cultura, ci dice ogni giorno del sale e del lievito evangelico diffuso.

Per molti di questi cristiani, singoli o associati, impegnati a una testimonianza che si muove entro l’etica della responsabilità, la verità, non priva di sofferenza, è un’altra. È la Chiesa che li vuole irrilevanti, è la Chiesa che preferisce ignorarli, è la Chiesa che li cancella, e cancella il loro contributo, la loro lettura dalla realtà, le loro esperienze di condivisione dai suoi orizzonti.

È la Chiesa che cancella, certamente non favorisce, luoghi di confronto davvero comunitari, ove si esprimano tutte le varietà e ricchezze della spiritualità laicale attiva, per una lettura più approfondita del senso della secolarizzazione, per la costruzione di ipotesi condivise e condivisibili, per un analisi più accorta della crisi della società e politica italiana. E l’opinione pubblica laica semmai subisce questa selezione originaria considerando propri interlocutori solo i cattolici “ufficiali”.

Irrilevanza della presenza dei cattolici? Davvero un paradosso da contestare.

La crisi degli anni Ottanta, col mutamento del quadro mondiale, ebbe una risposta sostanzialmente immobilista del sistema Dc, timoroso di perdere il suo primato. La Chiesa italiana fu allora, insieme, complice di questo immobilismo (l’unità dei cattolici non si tocca) e spinta ad un nuovo rapporto diretto col potere politico, nel concreto Craxi, che scavalcava il laicato, per superare lo stallo.

Dire che i cattolici sono stati irrilevanti nella gestione difficile della crisi italiana, nell’individuazione delle vie d’uscita, si può solo se si cancellano sia i numeri reali, sia i nomi dei tanti cattolici adulti, da Andreatta a Scoppola, da Ruffilli a Orlando, ai giovani fucini che aprirono la stagione referendaria e infine da Prodi e Scalfaro, che li hanno rappresentati al livello più alto, che hanno riscoperto il valore dell’impegno politico proprio in ragione della crisi del Paese. Irrilevanti perché adulti, perché portatori di una lettura della crisi, e in particolare della secolarizzazione, più complessa di quella che ci viene proposta, di una analisi del mondo e dei valori moderni più partecipe delle sue potenzialità, sulla linea del Concilio, anziché sulla linea di una perversione diabolica che è insieme antistorica e antievangelica?

La coerenza fra laicità politica e ispirazione religiosa è in realtà un approdo di lungo periodo. La storia della spiritualità credente dei due secoli postilluministi, la stessa storia della Repubblica, e basterebbero i nomi di De Gasperi, Moro, Andreatta, ci dice che la laicità non è stata sentita come limite e confine, come concessione tattica al diverso, ma come conferma, garanzia e ricchezza della propria autenticità evangelica, l’economia della salvezza diviene un disegno che si gioca anche nella storia, qui e ora, non solo nell’attesa dell’aldilà. La secolarizzazione è stata liberatoria anche per la spiritualità credente.

La comunità cristiana è certo stata divisa su questo approccio, come per tante altre questioni nella sua storia, ma non ha potuto che registrarne la coerenza.

Su questo si è misurata una scuola che Chabod definì la dottrina politica più significativa del Novecento, il cattolicesimo democratico, che non sarebbe mai nata senza la provocazione feconda delle grandi rivoluzioni, delle dichiarazioni dei diritti, del valori alti dell’Illuminismo ed è cresciuto grazie alla fecondità del rapporto stabilito con la cultura moderna, della ricerca, della critica, del primato della coscienza.

Il punto chiave dell’approdo del cattolicesimo democratico, già consolidato con Sturzo, è il primato delle questioni politiche generali, di interesse collettivo, dalle strutture istituzionali al sistema politico ai rapporti economici, sui temi propri di interesse religioso e ecclesiale, come discriminanti per le proprie scelte politiche. La logica dei Patti Gentiloni, delle trattative clericali in cerca di garanzie, è una logica non solo fuori della storia, ma è una logica perdente per la stessa testimonianza religiosa, per l’efficacia del messaggio.

È per questa via che l’esperienza religiosa, come già avvenuto storicamente in altri Paesi, ha potuto essere considerata una risorsa della democrazia, unì attivazione dei valori su cui si basa, dello spirito di solidarietà collettiva, degli stessi processi di unificazione e pacificazione nazionale.

È proprio, viceversa l’identificazione del laico cattolico come puro portavoce delle posizioni ufficiali di una Chiesa che è una realtà universale, ma anche una struttura statale che si vuole tale, che rende i cattolici politicamente irrilevanti, non significativi, facilmente sostituibili dalle pressioni di vertice, dalle contrattazioni istituzionali. È in quanto siano immersi quotidianamente con ciò che passa nella società reale, nel suo intreccio di diversamente credenti e di non credenti, ascoltatori e mediatori di esperienze, che i cattolici si fanno rilevanti politicamente, non in quanto gruppo minoritario che si irrigidisce, entro il cambiamento radicale del mondo, sulle proprie immutabili verità. È questo che è avvenuto nel processo costituente del Pd, nelle assemblee, nelle commissioni e ne sono testimone per quella sulla Carta dei Valori.

La forza della Chiesa è, per riconoscimento anche di tanti non credenti, nel suo avvertire la profondità della sfida che sta vivendo una umanità divenuta padrone del mondo anche attraverso le nuove teconologie. Ma non si vorrebbe che questa anticipazione del problema assumesse per la Chiesa quel limite che oggi viene imputato a un certo ambientalismo delle origini, definendolo l’ambientalismo del “no”.

Le sfide etiche del nostro tempo non sono semplificabili entro un generico, vago, indefinito richiamo alla vita: sono più complesse e impegnative. I principi non si difendono ricorrendo a strumenti già falliti, come la repressione giuridica dell’aborto o esigendo tecnicalità scientifiche discutibili come per il numero di embrioni da trapiantare. E tuttavia é su questo che oggi si pretende misurare la coerenza fra fede e laicità.

L’aborto è certamente per il credente un fatto negativo, un atto contro se stessi oltre che contro una nuova vita, come del resto lo è per la grande maggioranza delle donne. Di fronte all’insostenibilità pratica e al fallimento totale delle strategie repressive, la strada per combatterlo non può essere che quella delle strategie preventive, dall'educazione sessuale alla diffusione della contraccezione, compresa la pillola del giorno dopo, alle politiche sociali di sostegno mirate. Fra l’una e l’altra la trovata della moratoria non si sa in quale forma giuridica e quale espediente nasconda, praticamente è il nulla di fatto, il molto di minacciato. Se di qualcosa ha bisogno la 194, oggi, è un di più di prevenzione sociale contro la solitudine delle donne e di sostegno alla genitorialità.

Le politiche per la famiglia, non a caso declinate al singolare, sono state a lungo in Italia più occasione di scontro ideologico, in nome di un principio astratto, che di soluzioni concrete. L’enfasi retorica sulla famiglia ha prevalso sulle volontà di sostenerle. L’enfasi retorica è in sé stessa un errore. Resto legata a una bella riflessione di Emmanuel Mounier che ci ammonisce che «la famiglia è, innanzitutto, una struttura carnale, complicata e difficilmente del tutto sana, che produce a causa dei suoi squilibri affettivi interni, innumerevoli drammi, individuali e collettivi», «un fragile miracolo, pur intessuto d’amore, educatore all’amore». Ed è per questo che va sostenuta, non per il suo essere modello di vita esaustivo. Non solo non si possono discriminare quanto a garanzia dei diritti reciproci i diversi modelli di convivenza, ma è interesse collettivo favorire, anche entro relazioni informali, le convenienze alla solidarietà reciproca nel tempo, le tendenze spontanee alla stabilità del rapporto. Non vedo perché da cattolica io debba favorire di fatto il sesso selvaggio rispetto a una relazione relativamente stabile e solidale fra omosessuali.

Ho votato tutti i miei si sulla fecondazione assistita e spero in una revisione della legge 40. E non credo che possiamo confondere l’unicità genetica dell’embrione, che è un dato da rispettare (e che è alla base del rifiuto della clonazione) con la sua pienezza di persona. La natura stessa affida alla fase fra concepimento e insediamento nell’utero, una funzione selettiva percentualmente molto alta, mi si dice con un destino segnato per l’80% degli embrioni, che protegge la specie e che evita alla donna il rischio di plurigravidanze. Non vedo perché la scienza nel momento che sostituisce la natura, dovrebbe inibirsi, pur con le proprie tecniche e senza cedere a capricci privati, lo stesso compito selettivo che caratterizza il processo naturale.

Sono un’ottantenne che attende una legge sul testamento biologico anche per sé. Da credente che considera la morte il passaggio naturale a un’altra vita, un prolungamento artificiale di essa mi appare come un prepotenza ingiusta sulla compiutezza della mia vita, un negare la natura non un difenderla; e mi turba l’ipotesi che per mantenere in vita me ottantenne si possa domani essere costretti a rifiutare la rianimazione a un ragazzo o una ragazza vittima di un incidente.

Lasciateci testimoniare anche politicamente e razionalmente la forza della nostra fede, evangelicamente laica: i cattolici dovrebbero sentire il dovere di essere qualcosa di più di un gruppo di pressione.
Paola Gaiotti de Biase
                                                         (da www.unità.it)
postato da: messapico85 alle ore 17:15 | link | commenti (2)
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martedì, 19 febbraio 2008

 RICEVO E PUBBLICO

 
A TUTTI GLI ORGANI D’INFORMAZIONE
 
COMUNICATO STAMPA
 
Elezione del Segretario Cittadino del Circolo di Galatone 
 
Durante l’Assemblea del coordinamento del Circolo di Galatone convocata da Marisa Bellafronte, in qualità di Garante delle operazioni costituenti, svoltasi sabato 16 febbraio alle ore 18,00 presse la sede del circolo cittadino del Partito Democratico, sita in via San Sebastiano n° 19, si è proceduto alla elezione del Segretario Comunale.
I quaranta delegati insieme ai componenti di diritto ed ai delegati alle assemblee provinciali e regionali di Galatone hanno espresso corale unanimità nel designare ed eleggere il sig. RESTA TIZIANO quale Segretario Cittadino del locale circolo del PD.
 
Hanno altresì designato con unanime consenso e con medesima partecipazione il Sig. LONGO CORRADO alla carica di vice segretario.
 
L’assemblea, prima di concludere i lavori, essendosi già avviata la campagna elettorale nazionale, ha altresì provveduto alla nomina di un gruppo di delegati per la formazione di un comitato elettorale assegnando l’incarico a Vito Baglivo di intraprendere ed intrattenere rapporti di stretta collaborazione con le forze politiche alleate e di provvedere a quanto necessario per una proficua azione del circolo durante la campagna elettorale.
 
La scelta del Segretario e del vice segretario effettuata tra i soggetti esterni alle componenti dei partiti cofondatori, rappresenta una marcata evidenza del senso di rinnovamento che anima il nuovo Partito, oltre al fatto che rappresenta un significativo ringiovanimento della classe dirigente.
 
Il segretario Resta Tiziano, nato a Galatone il 03.12.1962 ha da poco compiuto 45 anni, vive a Galatone ed esercita l’attività di imprenditore. La sua peculiare caratteristica è quella di essere stato presente ed attivo fin dalla età di circa 15 anni nel mondo dell’associazionismo cattolico dove ha ricoperto prestigiosi incarichi che lo hanno portato ad essere presente in ambito provinciale e regionale.
 
Il vice segretario Longo Corrado, nato il 20.11.1978, proviene dal mondo della scuola, essendo insegnante di ruolo nella scuola elementare di Galatone.
 
Galatone, 18.02.2008
                      Per il coordinamento di Galatone
                            Vito Baglivo
 
postato da: messapico85 alle ore 10:22 | link | commenti (5)
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giovedì, 14 febbraio 2008

La politica non li lasci soli

Luigi Caligaris


La morte di un soldato italiano mi colpisce tre volte: perché la morte di un essere umano ferisce, perché a morire è un soldato e perché è un italiano. Qualsiasi morte rattrista, ma quella di un soldato italiano rattrista di più chi lo è stato e provoca in tutti un profondo disagio. A corto di parole mi rifaccio al pluridecorato Randolfo Pacciardi «non si combatte per il piacere di combattere. Non si muore per il piacere di morire. Non si getta la propria giovinezza sui campi di battaglia, senza comprendere la necessità del sacrificio».

La chiave di lettura appropriata è nelle parole «comprendere la necessità del sacrificio» che significano essere convinti di fare qualcosa che giovi al proprio Paese e che esso lo comprenda e lo apprezzi. Possiamo dire che questo sia il caso in Italia e che, dietro le frasi di cordoglio, le messe solenni e le inevitabili richieste d’immediato ritiro vi sia consapevolezza di ciò che fanno i nostri soldati e apprezzamento per come lo fanno? La risposta a questa domanda fa la differenza fra “gettare” o donare la vita.

La verifica deve forzatamente partire dalla politica poiché ad essa spetta indicare agli italiani senza perifrasi ciò che non possono non sapere. Ebbene, sulle cose militari in genere e sulle imprese oltremare in particolare la politica ha finora glissato poiché sono soggetti o temi che non procurano applausi né voti. Delle forze armate si sa che ci sono, non si sa cosa facciano ma si sa che se loro si chiede di fare qualcosa, qualsiasi cosa, scaricare immondizia o combattere, senza menar il can per l’aia, la fanno. Sono per il nostro Paese i soldi sotto il cuscino per superare i momenti difficili ma possono essere anche capitale prezioso da investire per ricavarne prestigio e moneta politica, per avere voce in capitolo sulle scelte di sicurezza internazionale e non solo. Sono cose che agli italiani vanno spiegate entrando nel merito delle scelte da fare invece di presentarle antipaticamente come ben pagata routine, come disagevole turismo di stato o come opere di beneficenza.

Anche del nostro impegno in Afghanistan si sa solo che i nostri soldati fan bene, che la nostra presenza alla popolazione è gradita e che, nonostante si prodighino in attività umanitarie, ogni tanto qualcuno di loro ahimé viene ucciso. Eppure l’Afghanistan è oggi fra le priorità delle scelte di medio lungo periodo dell’Occidente che sta discutendo cosa mai deve fare per evitare che l’area si destabilizzi trascinando con sé i Paesi limitrofi.

I pareri divergono fra chi vorrebbe risolvere il problema col dialogo e chi ritiene che non si debba rinunciare alla forza; probabilmente la verità sta nel mezzo. Secondo la Nato le forze della coalizione non bastano e non si tratta tanto di aumentarne il numero quanto di modificarne l’impiego. Il problema è semplice: la Nato, la cui missione è legittimata dall’Onu, controlla due aree, una a sud più impegnativa e rischiosa, una a nord che lo è molto meno. Nella zona sud, ove i talebani sono più numerosi ed attivi, combattono canadesi, britannici, olandesi, danesi e americani mentre in quella nord operano francesi ,tedeschi, italiani e spagnoli che applicano norme di ingaggio più caute ma che, sia pure in minore misura, vengono attaccati anche loro. Per contenere la crescente attività dei talebani, la Nato e i Paesi che già operano a sud rivolgono agli altri pressanti richieste affinché aumentino le loro forze in Afghanistan ma soprattutto ne inviino parte anche a sud. Il rifiuto di Francia e Germania, due Paesi forti e autorevoli, ha finora frenato le richieste e le critiche ma le cose possono ora cambiare. La Francia pare disposta ad aderire all’invito e la Germania, insistendo sul no, può entrare nell’occhio del ciclone. Il titolo del fondo dell’International Herald Tribune del 12 febbraio, «Troverà la Germania il coraggio di battersi?», rammenta la sgradevole accusa di cinque secoli fa, contro gli italiani a Barletta. Seppure sia poco probabile che la Germania ceda alle pressioni, perché ha le spalle larghe e la sua popolazione non vuole, non si può tuttavia escludere che cambi idea e sfidi, come ha fatto altre volte, il dissenso ove consideri il suo rifiuto contrario al nazionale interesse. Se anche questa volta così facesse, l’Italia resterebbe più o meno sola nel suo rifiuto di cambiare il suo impegno, vulnerabile bersaglio di tutte le critiche anche perché la più fragile fra le grandi nazioni d’Europa. Se persistesse solitaria nel no, come è suo diritto, perderebbe peso politico presso l’Onu, la Nato e l’Europa. La sua non sarebbe beata solitudo ma sofferta emarginazione. Può darsi che tutto ciò non accada e che Francia e Germania continuino a dire no alle richieste e che, quindi, l’Italia non resti sola. Il problema comunque esiste ed è molto serio e una politica che vuole veramente cambiare dovrebbe apertamente discuterne, nei suoi pro e contro.

I precedenti non sono però confortanti. Le spiegazioni elusive, l’appellarsi non sempre a proposito all’articolo 11 della Costituzione per dire sempre e comunque di no, il non votare i finanziamenti delle operazioni da parte dell’opposizione (tranne l’Udc), il mistificare la natura delle operazioni accreditandole come missioni di pace per sedurre il consenso, lo sfoderare un buonismo intinto in un pacifismo retrò da Guerra Fredda, sono solo campioni di un profondo disagio di una politica che, senza eccezioni, pensa di dovere fare qualcosa ma non osa spiegarne il perché. Oltre vent’anni di operazioni oltremare, oltre vent’anni di falsi pudori.

Adesso, a quel che si dice e si spera, non più. L’Italia si è desta! Si ergono orgogliosi e autonomi i giganti politici desiderosi e, secondo loro, capaci di trattare responsabilmente i più spinosi problemi, quindi anche questi. Se ciò avverrà, ci sarà un’altra sorpresa. Si scoprirà che gli italiani, se responsabilizzati e informati, sanno e vogliono affrontare seriamente i problemi, anche quelli che riguardano l’Italia e non solo i propri. La storia del nostro Paese di queste prove positive ne è colma. Il momento elettorale offre modo per accertare la serietà dei propositi. Quale dei contendenti della campagna elettorale vorrà di tutto questo seriamente parlare dimostrando che la nostra classe politica è davvero cambiata e che quel che fanno i nostri soldati è conosciuto e apprezzato? Se perdurasse il silenzio non sarebbe un buon segno.
Fonte:http://www.unita.it
postato da: messapico85 alle ore 20:45 | link | commenti
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venerdì, 08 febbraio 2008

...GIOCO DI SCACCHI...

La violenza, le strategie, la voglia di potere, il bisogno di manovrare gli altri per raggiungere i propri scopi, sono lo specchio di una società che mi accoglie e mi respinge, siamo umili pedine senza anima manovrate da astuti giocatori. La violenza dilaga, l’ ignoranza fa diventare succubi di un sistema dove i valori si sono assopiti e neanche lo scoppio delle bombe possono risvegliarli. Ma il mondo non deve girare in questo modo: sovvertendo le leggi della fisica e i valori dell’ uomo. Oggi ho ascoltato una voce ed ho capito che in fondo siamo una comunità di individui, di penisole umane con braccia, cuore e cervello. La nostra condizione di uomini necessita di passare attraverso gesti audaci, rotture dei ritmi di vita, uscire dal proprio punto di vista. Sentire caldo, sentire  freddo, sentire sete, sentire fame. La vita è un repentino gioco di scacchi, puoi perdere miseramente o vittorioso dichiarare scacco matto!E se si pensa per pochi secondi all’ infinito e l’ attenzione si sgretola, in segno di difesa, rievocare la parte fanciulla di noi è indispensabile, per poter apprezzare al meglio questa meraviglia, questa gioia, questo dolore,quest’ inferno, questo paradiso questo mondo!

 LA MORTE arriva ed elimina ogni traccia di morte dalla vita. L’  unica soluzione è vivere.

Vivere considerando ogni giorno un’ occasione , quando ti trovi assente per ore, assente a pensare con lo sguardo dritto al soffitto,  quando fuggi e il tuo orgoglio ti sconvolge, quando l’ amore muta espressione agli occhi  e all’ anima e cerchi di celarlo, quando custodiamo nel posto più recondito del cuore un segreto. Un segreto che racconta una  tristezza che fa stare in silenzio,  che rapisce la voce, e quando si desidera quel silenzio.

Quando si desidera la completa solitudine con l’ obiettivo di non mendicare con passione, di non essere oggetto di compassionevoli approcci, perché ti palesano realmente il tuo stato di debolezza, quando un sorriso ha la capacità di stordirti. Quando riesci  finalmente a dormire con il cuore in pace perché sei in grado di  gioire del trionfo di una nuova aurora e di godere delle piccole cose.

...GRAZIE...

postato da: messapico85 alle ore 18:06 | link | commenti (3)
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martedì, 05 febbraio 2008

......Così WALTER,Così......

FIRENZE - Come Obama "Che tre mesi fa era un quarantenne nero, nessuno ci avrebbe scommesso e ora invece guarda dov'è". Come i Giants che negli ultimi trenta secondi hanno vinto il superbowl contro la squadra favorita. "Certo che possiamo vincere. Del resto non sono mai andate secondo i pronostici ultimamente le elezioni, no?".

La campagna elettorale di Walter Veltroni comincia nella carrozza 3 dell'Eurostar del primo pomeriggio che lo porta a Firenze, in programma una lezione sulla "buona politica" organizzata da tempo per gli imprenditori della Cna: nessuna ragione per disdire l'incontro. Marini, in Senato, gli ha appena annunciato che da Forza Italia non sono arrivati segnali: "lo spiraglio" si è chiuso.

Si va a votare in aprile, dunque. "Peccato, una grande occasione persa. Se ne assumeranno la responsabilità. La nostra delegazione è stata ricevuta da Marini come ventisettesima. Non esiste al mondo. Un governo fatto da 14 partiti non è quello che vogliono gli italiani. Si doveva e si poteva cambiare la legge. Ci ho sperato fino all'ultimo. Sarebbe stato meglio per tutti". Dovrà dimettersi da sindaco. "Lo farò entro una settimana dallo scioglimento delle Camere. Spero di fare in tempo ad approvare prima il piano regolatore di Roma". Dovrà provare a vincere con questa legge elettorale. "Io dico che ce la possiamo fare benissimo: da soli contro la coalizione di centrodestra, certo. Ce la possiamo fare".

Il segretario del Partito democratico e candidato alla guida del prossimo governo arriva in stazione da solo, a piedi. Lo accompagna solo Roberto, l'assistente sua ombra. Tiene in mano un vecchio libro della Einaudi. E' un saggio di Francesco Orlando: "Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti".


Attenti al sottotitolo perché ogni parola contiene una chiave del giorno: la robaccia, i tesori nascosti. "E' un libro bellissimo, l'ho cercato molto non si trova più. Legge in francese? Guardi questa poesia". Ma come può leggere poesie in un giorno così? "E perché? E' un giorno come un altro della vita". Il telefono è spento. "Oggetti desueti. Noi andiamo da soli a queste elezioni, l'ho detto fin da Torino e non ho cambiato idea. Noi cambiamo ritmo, cambiamo rotta e oggetti desueti daranno loro, il centrodestra costretto a ripetere lo stesso schema di sempre. Andiamo soli perché per andare avanti ci vuole una visione, il coraggio di rischiare, la speranza nel bene del Paese e non nel proprio. La politica non la facciamo per noi stessi, la facciamo per quelli che verranno dopo. Per me cosa vuole che cambi, ho cinquant'anni, la mia vita è questa, a me davvero in fondo non mi interessa: spero di vincere certo ma perché credo che la mia idea di Paese possa servire a stare meglio tutti. L'idealismo pragmatico, la forza dei sogni. Per realizzare il possibile bisogna pensare l'impossibile dice Weber, lo sentirà nella lezione. Ma per me, personalmente, l'unica cosa che cambia è avere più o meno tempo per leggere, per vedere un film".

Ieri sera per esempio, alla vigila della convocazione da Marini, ha rivisto "Full metal Jacket". "Capolavoro assoluto". Anche "Caos calmo", visto in anteprima, gli è sembrato eccellente. "C'è questa idea del chiamarsi fuori, stare in panchina. E' una foto esatta di una porzione di paese. Però non ci dobbiamo arrendere, io credo davvero che gli italiani siano migliori di come se li immaginano e li raccontano i giornali, la tv. Tutti vedono benissimo quello che sta succedendo. Avevamo la possibilità di fare una legge che desse al paese governi stabili. Qualcuno, non noi, l'ha respinta".

Soli alla Camera e al Senato, soli sempre? "Soli vuol dire soli: non è una scelta tattica di convenienza. E' l'unico modo possibile per indicare una direzione nuova, in queste condizioni. E poi io non credo ai profeti di sventura né ai sondaggi. Credo in quello che sento. Vedrà Obama, nel video. E' sempre la stessa lezione, ne ho già tenute almeno una dozzina. Al principio mesi fa di Obama dovevo spiegare chi fosse... E ieri notte ha visto il Superbowl?". Visto no, letto le cronache. "Ah, appassionante. Un touchdown negli ultimi 39 secondi, hanno vinto i Giants di New York contro i Patriots che dire favoriti era poco: imbattuti, avevano vinto 18 partite di fila".

Quindi anche il Partito democratico, come i Giants... "Quindi semplicemente le previsioni le lascerei stare. La mia previsione è che vinceremo le elezioni, me la tengo per me e orienta la mia azione. Quello che conta è il posto dove stai andando, la forza che ci metti e la sintonia di passo coi tuoi simili. Non proponiamo altri compromessi, non vogliamo come compagni di strada coloro che pensano alla loro piccola convenienza. Chi vuol venire sa come fare".

Ecco, la campagna elettorale ora che siamo in prossimità di Firenze è già disegnata. Sarà breve, forse in treno forse in bus, sarà in giro per l'Italia. Due ragazze sedute davanti chiedono un autografo. C'è ancora il tempo per riposare un po' ad occhi chiusi. Poi uno sguardo alla cartellina della conferenza. Ci sono molti spezzoni di film,la scena del processo in Sacco e Vanzetti di Montaldo, la lettera di Giorgio Ambrosoli alla moglie in "Un eroe borghese" (l'onestà e l'amore per il bene comune, rarità). L'ultimo comizio a Padova e l'estremo sorriso di Berlinguer, davvero una reliquia. Infine "Bobby". L'uccisone di Kennedy, le sue parole. Ragione e passione, "essere una comunità, non avere nell'altro il nemico".

Ecco, il tesoro nascosto: provare a cercare nei cittadini quel che resta del senso di comunità. Accendere la nostalgia del mare è il solo modo per costruire una nave. Il titolo del libro sugli oggetti desueti diceva già tutto. Il Candidato risale in treno per Milano, va a sostenere la candidatura per l'Expo. Domani a Roma con la madre di Ingrid Betancourt. Una "donna straordinaria, la bella politica è questa".

Fonte:http://www.repubblica.it


postato da: messapico85 alle ore 12:29 | link | commenti (3)
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