LE LOTTE FAI-DA-TE
E LE SCELTE DEL PD
Poniamo il caso che a settembre i tre candidati alla segreteria del PD si trovino costretti dai fatti a confrontarsi, non solo con il profilo ideale, l’organizzazione e le alleanze del partito o le questioni etiche, ma anche con le proteste diffuse di lavoratori che issati su una gru, nascosti nel Colosseo, a mollo in piscina davanti la fabbrica o incavolati al casello dell’autostrada chiedono semplicemente di mantenere il loro posto e il loro stipendio.
Che cosa diranno e come agiranno Bersani, Franceschini e Marino davanti a lotte che sembrano sfuggire alla regia sindacale, promosse e gestite da piccoli nuclei di lavoratori?
Come giudicheranno queste proteste totalmente deideologizzate ma basate su bisogni concreti e richieste di buon senso come farebbe un padre di famiglia?
La questione è centrale per verificare sul campo quale ruolo riveste oggi il lavoro, in tutta la sua dimensione sociale, produttiva e ideale, per il partito dei progressisti.
Che spazio c’è nel PD per il lavoro?
Se non si usa più la parola sinistra, ci sarà almeno qualche laburista? La vittoria degli operai della Innse e la corsa di altri loro colleghi a emulare azioni di lotta inusuali non sono un estemporaneo fenomeno estivo, interrogano le confederazioni sul loro ruolo (quelli che vengono buttati fuori dalle fabbriche cosa ci fanno col nuovo modello contrattuale e la detassazione degli straordinari?) e il PD sulla sua capacità di parlare con il mondo del lavoro e della produzione, di essere credibile con milioni di cittadini che attendono un segnale esplicito.
Davanti al caso Innse e simili, la tentazione degli imprenditori è di apprezzarli come via per escludere il sindacato: lo sciopero non serve più, c’è la protesta isolata, ci pensa il padrone di buona volontà a risolvere tutto.
Il sindacato, come dice Angeletti a Repubblica, non ama la «protesta-show».
Ma entrambe le valutazioni non colgono il valore di queste iniziative. Per la prima volta dopo molto tempo i lavoratori hanno rotto l’afasia che li aveva colpiti per la crisi, la paura di perdere il posto, il timore di restare soli. Noi dell’Unità li abbiamo ascoltati e raccontati in questi mesi e sappiamo delle loro enormi difficoltà, proprio di chi ha paura ad esprimersi, chiuso nella propria disperazione. I 49 della Innse hanno fatto breccia, con la loro vittoria hanno offerto una speranza, anche se il professor Pietro Ichino si è lamentato sul Corriere della Sera di «questo logoro schema» e suggeriva agli operai di Lambrate la strada apparentemente più moderna del ricorso a una società di outplacement per cercarsi un altro posto nella Milano della Moratti.
Non ci sono certezze davanti alla crisi, salvo una: o il PD è in grado di parlare e di rappresentare questi lavoratori oppure è meglio andare al mare.
Fonte.www.unita.it
Affitti più cari, meno sostegni
In Puglia vi sono 50mila famiglie con un reddito inferiore a 1400 euro al mese. La legge nazionale prevede in questi casi un sostegno per coloro che vivono in case ad affitto.
La giunta regionale ha ripartito nell’ultima giunta prima della pausa estiva il fondo di sostegno per l’integrazione del canone pagato nel 2008. Ma ha fatto anche di più. Oltre ai 23 milioni e 831mila euro ha messo a disposizione dei comuni che lo integreranno con risorse proprie una premialità di 5,3 milioni.
In totale, però, le richieste di sostegno sono superiori: 94,5 milioni di euro.
Ciò vuol dire che solo un terzo del fabbisogno sarà evaso. Ma questo è il minimo perché il Governo
nazionale continua a tagliare il fondo nazionale affitti.
Per il 2009 è prevista un’ulteriore riduzione di 20 milioni di euro. E così, mentre i canoni di locazione dal 2000 ad oggi sono lievitati del 110% il fondo di sostegno è stato ridotto del 50%.
Per il 2009
Nel 2007 solo 127 comuni su 250 hanno fatto richiesta.
Di qui l’appello della Cgil regionale ai Comuni perché facciano di più per aiutare le famiglie più bisognose con politiche di solidarietà vere.
Fonte: www.ilpaesenuovo.it
IL GOVERNO TACE
La corsa del prezzo dei carburanti in coincidenza con i massicci spostamenti estivi riaccende lo scontro sul comportamento delle compagnie petrolifere.
Un comportamento asimmetrico: quando il prezzo sui mercati internazionali sale, come avviene da aprile, le conseguenze sul prezzo alla pompa sono immediate; quando, invece, il prezzo del barile scende,come è stato dall’autunno scorso fino a primavera, le ricadute sui consumatori sono ritardate e parziali.
Vi sono solide ragioni tecniche che però, solo in parte, spiegano la vischiosità delle riduzioni (ad esempio il prezzo di acquisto delle scorte ed il prezzo bloccato nei contratti in essere). Molto meno giustificabile la rapidità e la portata degli aumenti.
In sintesi, i prezzi alla pompa sono in larga misura variabili politiche, controllate dalle compagnie petrolifere nello spazio di manovra consentito dalla politica economica dei governi.
Ecco il punto: la politica economica del Governo Berlusconi lascia mano libera alle compagnie petrolifere, come lascia mano libera a tutti gli interessi più forti. Oppure, quando la situazione si mette veramente male, ricorre allo scambio corporativo tra misure simboliche e di breve periodo in cambio di salvaguardia delle rendite.
Certo, la retorica di Tremonti-Robin Hood abbonda, amplificata da media controllatati o allineati, incontrastata dalle associazioni delle imprese, liberiste soltanto sul mercato del lavoro.
Ma la realtà è opposta e colpisce consumatori ed imprese.
Per disciplinare compagnie petrolifere, grandi catene distributive, banche, assicurazioni, produttori di energia elettrica, aziende di telecomunicazioni servono interventi forti per l’apertura dei mercati.
Servono leggi e riorganizzazioni, certo difficili, per consentire concorrenza.
Servono Authority indipendenti e adeguatamente attrezzate per controllare il rispetto delle regole e dare sanzioni significative.
Insomma, sarebbe servito portare avanti le riforme avviate da Bersani nella scorsa legislatura. Invece, si è andati in direzione opposta. Il ministro Scajola ha fatto marcia indietro, in buona compagnia di tanti governi europei, sulla separazione delle reti distributive di energia (Terna) e gas (Snam) dalla proprietà degli ex(?) monopolisti Enel ed Eni. Coperto dall’invocazione strumentale del “primato della politica”, il Governo ha tagliato le risorse alle Authority di controllo,
ha ripetutamente minacciato i presidenti con la schiena dritta (Draghi alla Banca d’Italia e Ortis all’Autorità per l’energia), ha generosamente premiato i vertici servili (in particolare, Cardia, alla Consob).
Insomma, dietro la propaganda, le destre, come sempre in Italia, salvaguardano le rendite e colpiscono il lavoro e la produzione.
Stefano Fassina