Consumi a picco,
Italia più povera di quel che pare
Dall’annuncio di Berlusconi di cancellare l’Irap per le imprese, all’ultima ipotesi di Tremonti di inserire 1,5 miliardi per l’Irap con emendamento alla Finanziaria, corre la distanza tra 37 miliardi, il gettito totale dell’Irap e lo zero, zero. Si va da annunci-bufale a proposte finali slegate dai dati drammatici di famiglie, lavoratori ed imprese. Morandini, responsabile piccole imprese di Confindustria parla di 300.000 PMI e 700.000 posti lavoro a rischio. A parte le cifre, è certo che la fase attuale della crisi è segnata drammaticamente da disoccupazione crescente che colpisce ancor più la domanda interna. Anni di perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni hanno prodotto un calo dei consumi con conseguenze drammatiche, sia socialmente, per le famiglie che non arrivano a fine mese, sia economicamente perché i consumi sono i 2/3 del Pil. Vediamo i dati. Negli ultimi 4 anni le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state stazionarie malgrado la crescita della popolazione, mentre i consumi pro-capite reali, cioè a prezzi costanti, si sono addirittura ridotti del 10%. Infatti nel quadriennio 2005-2009 le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state a crescita zero, ma i prezzi al dettaglio sono cresciuti del 7%; in conseguenza i consumi reali (a prezzi costanti) si sono ridotti del 7%.
Poiché la popolazione residente è cresciuta nel quadriennio di 1,6 milioni, da 58,4 a 60 milioni, del 3%, ne consegue che i consumi pro-capite sono calati del 10% (-7% dei consumi reali e +3% della popolazione). Un calo di proporzioni drammatiche, mai visto in tempo di pace né in Italia né in altri paesi europei, dove il trend dei consumi è sempre positivo, anche per i nuovi prodotti-servizi della società della conoscenza, cellulari, TV, computer, più studi e viaggi. Da questi dati consegue la priorità assoluta del tema lavoro e famiglia, con defiscalizzazioni per salari e pensioni, contratti di solidarietà ad orario ridotto per difendere l’occupazione e sostegni alle famiglie per sostenere figli ed anziani. Se l’Italia non s’impegna seriamente a risolvere il doppio problema delle riforme per la libera concorrenza e delle riforme per il lavoro, il bel paese continuerà a crescere la metà dell’Europa, come succede da anni. Tra una politica dell’offerta, Irap, etc. ed una politica della domanda, salari, famiglie, etc. la prorità più drammatica in questo momento riguarda la domanda; senza escludere misure di salvataggio per le imprese, ad es. mettendo un tetto all’Irap almeno per le imprese in difficoltà (Irap azzerato o bloccato al 50% dell’utile precedente per le imprese con bilanci in rosso) senza lanciare bufale di un’impossibile, oggi, azzeramento dei 37 miliardi dell’Irap.
Nicola Cacace
...LE DUE CONCEZIONI DEL DEBITO...
Tra i beni che saranno venduti ci sono il tunnel di Dartford sul Tamigi e il sistema di scommesse Tote, ha citato Brown parlando a un convegno economico alla sede di Bloomberg Londra. Secondo il primo ministro è comunque necessario continuare con il programma di stimolo all'economia fino a quando la ripresa non si sarà consolidata.
I quotidiani inglesi citano tra i beni che saranno ceduti anche la partecipazione nel capitale della società del tunnel sotto alla Manica e della ferrovia che lo percorre, la quota statale nell'azienda che arricchisce l'uranio per le centrali atomiche (Urenco) e numerose proprietà immobiliari. Il ministro del Commercio e industria, Peter Mandelson, ha riferito che le cessioni «ci aiuteranno a ridurre i disavanzi senza effettuare tagli sui servizi pubblici di base. Ma no siamo idioti: non venderemo ai prezzi più bassi».
È facile notare che in Inghilterra con un debito pubblico al 12% del PIL il governo venda asset più o meno strategici per ridurre il debito.
In Italia invece, succede esattamente l’opposto.
I dati di oggi della Banca d’Italia ci dicono che l'indebitamento dello Stato sale ancora e tocca un nuovo record ad agosto a quota 1.757,534 miliardi di euro. Il debito pubblico di agosto ha registrato un rialzo dello 0,2% rispetto ai 1.754 miliardi di euro di luglio scorso, e del 5,7% rispetto ai 1.663 miliardi di fine 2008.
Nel 2008 era pari al 105,8% del PIL, rispetto al 103,5% del 2007, secondo i dati della Banca centrale. Il governo prevede un aumento del debito pubblico pari al 110,5% del PIL quest’anno e del 112% nel 2010.
In Inghilterra i ponti si vendono per far calare il debito…in Italia invece i ponti (inutili come quello di Messina) si continuano a fare…
Che dire, Buona fortuna a tutti noi !!!
Dati: www.corriere.it
GIU' LE MANI DAL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Presidente non firmare, presidente non promulgare, presidente... io lo dico chiaramente: giù le mani dal Presidente della Repubblica.
Quello che sta avvenendo in questi mesi e più marcatamente in questi giorni è uno squallido tirare la giacchetta a Giorgio Napolitano come se possa essere la panacea di tutti i mali, il tutto senza riflettere minimamente su quelli che sono stati gli avvenimenti che hanno caratterizzato fin qui il mandato del Presidente Napolitano.
Abbiamo scordato l’autorevolezza con la quale seppe gestire la crisi del governo Prodi, i richiami sul caso Englaro o le eccezioni fatte sul decreto legge intercettazioni ( non ancora approvato proprio per le osservazioni del capo dello stato).
Allora cerchiamo di non buttarla sempre in polemica e di ricordare soprattutto quali sono i compiti del Capo dello Stato ( http://it.wikipedia.org/wiki/Presidente_della_Repubblica_Italiana ) e soprattutto cerchiamo di non chiedere a Napolitano di assolvere ad un’altra funzione, che certamente non compete a lui, che è quella dell’opposizione.
Ebbene sì, perché credo che l’errore in cui un po’ tutti più (Di Pietro) o meno (il signore nel video) rischiamo di cadere è chiedere/sperare che il presidente faccia OPPOSIZIONE e cioè si sostituisca a chi è stato eletto, o meglio nominato, per assolvere a quella funzione.
Il vero dramma è questo, il paese sente la mancanza di una parte politica (nella fattispecie la minoranza) che non sta esercitando fino in fondo le sue prerogative, il paese è orfano di forze politiche che esercitino la funzione di controllo sul potere, il paese sente la mancanza di forze che possano diventare e possano presentarsi all’opinione pubblica come alternativa di governo.
Allora per favore non c’è la prendiamo con Napolitano se il Partito Democratico è prigioniero di se stesso e delle lotte interne, se l’Italia dei Valori sa solo urlare o poco più, se l’Udc non ha capito cosa fare da grande e se la sinistra extraparlamentare non ha più neanche la forza di esistere.
Voglio chiudere ricordando a tutti noi alcuni dati e fatti: il primo è un recente sondaggio del Corriere della Sera sul Presidente della Repubblica: (http://termometropolitico.it/index.php/Sondaggi/ispo-napolitano-mantiene-alta-fiducia-ipr-berlusconi-sotto-il-50.html ) “ la fiducia nel presidente della Repubblica Napolitano si confermerebbe a livelli molto alti (il 79%), ben diciotto punti sopra a chi dichiarava di avere 'molta o moltissima fiducia' in Carlo Azeglio Ciampi a tre anni dall'insediamento, nel giugno 2002, sempre secondo una rilevazione ISPO. L'apprezzamento per l'operato del capo dello Stato, guardando alle tendenze registrate da Ipsos, sarebbe cresciuto di quasi dieci punti dal 2007, avvicinandosi a livelli toccati, nel recente passato, solo dal predecessore Ciampi a fine mandato.”
Il secondo fatto che voglio ricordare è stata la visita del Presidente USA Obama in Italia e le sue dichiarazioni ( da notare la differenza con quelle fatte a proposito di Berlusconi ):
“Il presidente della Repubblica gode di grande ammirazione presso il popolo italiano. Voglio confermare che tutto quello che è stato detto su di lui è vero, è un leader morale“. Così il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è espresso sul capo dello Stato, Giorgio Napolitano, parlando alla stampa al termine del loro incontro al Quirinale. “E’ una persona gentilissima e rappresenta al meglio il vostro Paese. Grazie per la sua leadership“, ha concluso l’inquilino della Casa Bianca.
Credete possa bastare a non continuare a sentire inutili e sterili polemiche?
Asi, “non produciamo più un euro di debito”
“Il quadro non è idilliaco, ma penso che il lavoro del nuovo c.d.a. stia dando i suoi buoni frutti.
Segno che la politica non fa solo danni quando si sposta”.
In attesa di quello cartaceo, questo è in sintesi il bilancio che il presidente dell’Asi Carlo Benincasa sente di poter fare dopo circa un anno e mezzo dal suo insediamento “quando”, dice, “la situazione era veramente drammatica”.
Risanamento, riorganizzazione aziendale, investimenti in corso e progetti futuri.
Il presidente parte proprio dai debiti del Consorzio per spiegare che tipo di direzione si sia intrapresa dopo la stesura del piano di rientro, ora in fase di ri-aggiornamento (l’approvazione prevista entro il 15 ottobre).
La riduzione del personale ha ovviamente ridimensionato i numeri: da
Provvedimento che ha permesso in un certo senso anche il pagamento degli stipendi. “Avevamo dieci mensilità in arretrato, oggi è tutto in regola”, spiega Benincasa che aggiunge: “Non abbiamo prodotto un centesimo di debito in più”. Com’è noto, i grattacapi più consistenti per il Consorzio erano derivati dalla gestione delle reti dell’Acquedotto Pugliese, con tutte le conseguenze che le imprese lasciate più volte all’asciutto hanno dovuto fronteggiare:
“Ma ora che della gestione si occupa esclusivamente l’Aqp, siamo nelle condizioni di non produrre altri debiti”, che comunque restano in pendenza: l’Acquedotto rivendica il pagamento di 6mln.
Il presidente non assicura nell’immediato, ma in qualche modo fa intendere che si sta facendo un grande lavoro per non lasciare insoluta alcuna pratica.
Accenna infatti all’approvazione del regolamento per l’assegnazione dei suoli di proprietà del Consorzio “che ci ha permesso di eliminare il mercato nero dalle zone industriali”.
Bisognerà adesso procedere alla verifica dello stato dei luoghi, ci sono circa 1 milione e 800mila metri quadri di lotti a disposizione delle imprese, da destinare subito, senza varianti, è tutto previsto nel Prg.
A Tricase, Gallipoli e Nardò alcuni lotti sono già stati assegnati.
Molte aree industriali della provincia potrebbero invece essere a breve interessate dagli interventi di completamento che l’Asi ha previsto, finanziabili con le risorse che il relativo bando europeo di sviluppo regionale – con scadenza 30 settembre – contiene.
Il progetto prevede al primo punto: la riqualificazione della zona industriale di Lecce-Surbo con la messa in sicurezza della viabilità e la realizzazione di alcune rotatorie sull’asse principale di spina, la realizzazione si segnaletica stradale
e della cartellonistica relativa alle sedi delle aziende; completamento della rete di distribuzione dell’acquedotto industriale e realizzazione di infrastrutture a banda larga.
Al secondo: la riqualificazione dell’agglomerato industriale di Galatina/Soleto nella stessa misura individuata per Lecce, più la realizzazione di un sistema di illuminazione a Led e il completamento della rete fognaria.
Nell’area di Nardò/Galatone la realizzazione della viabilità e il completamento e la messa in funzione dell’acquedotto potabile e fognante è già in fase di realizzazione, al contrario della realizzazione del sistema di illuminazione a Led.
A Gallipoli, poi, c’è da intervenire praticamente su tutto: viabilità, infrastrutture a banda larga, illuminazione, fognatura e rete di distribuzione dell’acquedotto industriale, da realizzare in toto.
Anche nelle zone P.i.p di Maglie e Melpignano c’è un gran bel da fare: il progetto per il riuso delle acque reflue per usi industriali del depuratore consortile di Maglie è già in corso, come la dotazione infrastrutturale.
Occorre quindi sistemare la viabilità con inserimento di illuminazione, realizzare il sistema a banda larga, completare la rete fognaria e rielaborare il progetto esecutivo per il II° lotto di lavoro per il cavalcavia sulla ss16.
Infine, l’area di Tricase/Specchia/Miggiano: si prevedono interventi per la viabilità, la dotazione di banda larga, di sistema di illuminazione a Led e il completamento della rete fognaria.
La realizzazione delle infrastrutture è già in corso d’opera.
Quali sono i progetti futuri, le idee? Un Parco delle energie rinnovabili a servizio delle imprese.
Ci sarebbero ben
Primo passo: gli espropri.
Fonte: www.ilpaesenuovo.it
Arriva la ripresa? Se tutto va bene nel 2014...
di Antonio Polito
Corrado Passera ha detto l'altro giorno che il «calo del Pil è da guerra, ci vuole uno choc, ci vuole una roba grossa positiva che giri il segno del -6% verso il positivo». Ma Passera è un banchiere, e si sa che di questi tempi il governo non ascolta i consigli dei banchieri. Francesco Giavazzi ha invece detto che «
Giorgio
Però ieri ho sentito quello che dice il Centro Studi Economia Reale, che è presieduto da Mario Baldassarri, il quale è sì un economista, ahilui, ma anche un esponente del Pdl, anzi è il presidente della Commissione Finanze del Senato. E quello che dice quel rapporto è quanto segue.
Il governo sostiene che la crisi è finita e arriva la ripresa. Ma che cos'è la ripresa? Quand'è che una crisi è finita? Anche il buon senso dice che la crisi è finita quando l'economia torna ai livelli di prima, quando torniamo tutti ricchi come lo eravamo nel 2007. E quando tornerà l'Italia ai livelli di prima?
Il centro di Baldassarri ha fatto un esercizio di previsione, ipotizzando lo scenario migliore: che cioè davvero la crisi finanziaria sia finita, che i tassi di interesse non salgano, che il cambio dell'euro non peggiori. Ebbene, ecco i risultati.
Nella migliore delle ipotesi, il prodotto interno lordo italiano tornerebbe al livello del 2007 soltanto nel 2014, così come il livello dell'occupazione e quello della disoccupazione. I consumi recupererebbero lo stesso valore tra il 2012 e il 2013. Il deficit pubblico tornerebbe sotto il 3% soltanto nel 2015, e tornerebbe all'1,5% del 2007 addirittura nel 2016. Il debito pubblico continuerebbe a crescere fino al 2015, e tornerebbe sotto il 105% registrato nel 2007 non prima del 2020.
Possiamo dunque dire che questa benedetta crisi, almeno per quanto riguarda l'Italia, ci metterà tra i sette e i tredici anni per essere completamente riassorbita, a seconda che la si guardi dal punto di vista del prodotto, dei consumi, dell'occupazione o della finanza pubblica. E - badate bene - quando si dice che il Pil torna al livello del 2007 si intende che torna a livelli già allora molto bassi, perché nei dieci anni precedenti il Pil italiano era comunque cresciuto molto meno della media europea.
La conclusione che ne trae il rapporto di questo Centro studi - il cui animatore, ripeto, è un importante esponente della maggioranza - è che bisogna fare qualcosa. Che non si può aspettare inerti di arrivare al 2020 per rientrare in limiti appena accettabili di debito, né si può aspettare il 2014 per tornare a livelli appena decenti di occupazione. Quel qualcosa, per Baldassarri, è un intervento massiccio ma possibile per tagliare le uniche due voci di spesa pubblica tagliabili: la spesa per acquisiti di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche, e delle Regioni in particolare, cresciuta della bellezza di 32 miliardi tra il 2001 e il 2008 e destinata a crescere di altri 20 miliardi da qui al 2013; e i trasferimenti pubblici a fondo perduto, che sono passati da 30 miliardi che erano nel
Recuperare questi soldi - che non corrispondono certo a un migliore servizio nella sanità, o a una crescita economica nelle aree depresse del paese, e dunque sono improduttivi - potrebbe consentire di investire grandi risorse nell'economia reale, rimettendo nelle tasche degli italiani almeno 35 miliardi di euro. Sarebbe - se così si può dire - uno «stimolo all'italiana». Noi non possiamo fare certo come Obama, che ha fatto schizzare debito e deficit per finanziare la ripresa. E in questo senso il governo fa bene a non peggiorare ulteriormente i nostri conti pubblici. Ma recuperando l'ispirazione originaria del centrodestra - quella che gli ricordano
Come tagliare, e come investire queste risorse è ovviamente libera materia di dibattito politico. Ma il problema italiano è che questo dibattito non c'è nemmeno, perché il governo ha detto che finché dura la crisi non si può fare niente. Cioé fino al 2014? Cioè in questa legislatura e pure nella prossima? E può durare davvero tanto un governo che non fa niente per anni in attesa che l'inerzia ci riporti dove eravamo sette anni prima?
LE LOTTE FAI-DA-TE
E LE SCELTE DEL PD
Poniamo il caso che a settembre i tre candidati alla segreteria del PD si trovino costretti dai fatti a confrontarsi, non solo con il profilo ideale, l’organizzazione e le alleanze del partito o le questioni etiche, ma anche con le proteste diffuse di lavoratori che issati su una gru, nascosti nel Colosseo, a mollo in piscina davanti la fabbrica o incavolati al casello dell’autostrada chiedono semplicemente di mantenere il loro posto e il loro stipendio.
Che cosa diranno e come agiranno Bersani, Franceschini e Marino davanti a lotte che sembrano sfuggire alla regia sindacale, promosse e gestite da piccoli nuclei di lavoratori?
Come giudicheranno queste proteste totalmente deideologizzate ma basate su bisogni concreti e richieste di buon senso come farebbe un padre di famiglia?
La questione è centrale per verificare sul campo quale ruolo riveste oggi il lavoro, in tutta la sua dimensione sociale, produttiva e ideale, per il partito dei progressisti.
Che spazio c’è nel PD per il lavoro?
Se non si usa più la parola sinistra, ci sarà almeno qualche laburista? La vittoria degli operai della Innse e la corsa di altri loro colleghi a emulare azioni di lotta inusuali non sono un estemporaneo fenomeno estivo, interrogano le confederazioni sul loro ruolo (quelli che vengono buttati fuori dalle fabbriche cosa ci fanno col nuovo modello contrattuale e la detassazione degli straordinari?) e il PD sulla sua capacità di parlare con il mondo del lavoro e della produzione, di essere credibile con milioni di cittadini che attendono un segnale esplicito.
Davanti al caso Innse e simili, la tentazione degli imprenditori è di apprezzarli come via per escludere il sindacato: lo sciopero non serve più, c’è la protesta isolata, ci pensa il padrone di buona volontà a risolvere tutto.
Il sindacato, come dice Angeletti a Repubblica, non ama la «protesta-show».
Ma entrambe le valutazioni non colgono il valore di queste iniziative. Per la prima volta dopo molto tempo i lavoratori hanno rotto l’afasia che li aveva colpiti per la crisi, la paura di perdere il posto, il timore di restare soli. Noi dell’Unità li abbiamo ascoltati e raccontati in questi mesi e sappiamo delle loro enormi difficoltà, proprio di chi ha paura ad esprimersi, chiuso nella propria disperazione. I 49 della Innse hanno fatto breccia, con la loro vittoria hanno offerto una speranza, anche se il professor Pietro Ichino si è lamentato sul Corriere della Sera di «questo logoro schema» e suggeriva agli operai di Lambrate la strada apparentemente più moderna del ricorso a una società di outplacement per cercarsi un altro posto nella Milano della Moratti.
Non ci sono certezze davanti alla crisi, salvo una: o il PD è in grado di parlare e di rappresentare questi lavoratori oppure è meglio andare al mare.
Fonte.www.unita.it
IL GOVERNO TACE
La corsa del prezzo dei carburanti in coincidenza con i massicci spostamenti estivi riaccende lo scontro sul comportamento delle compagnie petrolifere.
Un comportamento asimmetrico: quando il prezzo sui mercati internazionali sale, come avviene da aprile, le conseguenze sul prezzo alla pompa sono immediate; quando, invece, il prezzo del barile scende,come è stato dall’autunno scorso fino a primavera, le ricadute sui consumatori sono ritardate e parziali.
Vi sono solide ragioni tecniche che però, solo in parte, spiegano la vischiosità delle riduzioni (ad esempio il prezzo di acquisto delle scorte ed il prezzo bloccato nei contratti in essere). Molto meno giustificabile la rapidità e la portata degli aumenti.
In sintesi, i prezzi alla pompa sono in larga misura variabili politiche, controllate dalle compagnie petrolifere nello spazio di manovra consentito dalla politica economica dei governi.
Ecco il punto: la politica economica del Governo Berlusconi lascia mano libera alle compagnie petrolifere, come lascia mano libera a tutti gli interessi più forti. Oppure, quando la situazione si mette veramente male, ricorre allo scambio corporativo tra misure simboliche e di breve periodo in cambio di salvaguardia delle rendite.
Certo, la retorica di Tremonti-Robin Hood abbonda, amplificata da media controllatati o allineati, incontrastata dalle associazioni delle imprese, liberiste soltanto sul mercato del lavoro.
Ma la realtà è opposta e colpisce consumatori ed imprese.
Per disciplinare compagnie petrolifere, grandi catene distributive, banche, assicurazioni, produttori di energia elettrica, aziende di telecomunicazioni servono interventi forti per l’apertura dei mercati.
Servono leggi e riorganizzazioni, certo difficili, per consentire concorrenza.
Servono Authority indipendenti e adeguatamente attrezzate per controllare il rispetto delle regole e dare sanzioni significative.
Insomma, sarebbe servito portare avanti le riforme avviate da Bersani nella scorsa legislatura. Invece, si è andati in direzione opposta. Il ministro Scajola ha fatto marcia indietro, in buona compagnia di tanti governi europei, sulla separazione delle reti distributive di energia (Terna) e gas (Snam) dalla proprietà degli ex(?) monopolisti Enel ed Eni. Coperto dall’invocazione strumentale del “primato della politica”, il Governo ha tagliato le risorse alle Authority di controllo,
ha ripetutamente minacciato i presidenti con la schiena dritta (Draghi alla Banca d’Italia e Ortis all’Autorità per l’energia), ha generosamente premiato i vertici servili (in particolare, Cardia, alla Consob).
Insomma, dietro la propaganda, le destre, come sempre in Italia, salvaguardano le rendite e colpiscono il lavoro e la produzione.
Stefano Fassina
ANALISI DEL VOTO
È il tempo di una giusta e doverosa analisi del voto.
Cercherò di analizzare il significato politico del voto sia a livello provinciale e sia a livello comunale.
In Provincia vince Gabellone sulla Capone e sulla Poli.
Le ragioni della sconfitta del Centrosinistra sono molteplici ma io ne voglio mettere in evidenza alcune in particolare:
· Il percorso che ha portato alla candidatura di Loredana Capone (che comunque va ringraziata per la generosità e per il coraggio mostrato) è stato frastagliato, pieno di tensioni e di dolorose perdite per il PD e per il centrosinistra.
Il fatto di non essersi aperti a meccanismi di partecipazione popolare non ha sicuramente avvantaggiato la candidata e la sua coalizione.
· Un altro fattore importante, da molti trascurato, è che rispetto a 5 anni fa il centrosinistra ha perso molte risorse e molte personalità che avevano contribuito alla vittoria di Giovanni Pellegrino. Probabilmente questa sconfitta dovrà farci riflettere sulla validità e sulla efficacia dell’azione politico-amministrativa della compagine di Pellegrino.
· Infine Loredana Capone paga sicuramente, rispetto a 5 anni fa, lo scarso radicamento sul territorio dei partiti della sua coalizione. Basti pensare agli esempi PD e Sinistra per il Salento (Movimento Vendola).
Un breve commento meritano
Adriana Poli credo abbia fatto un grosso errore. Credo che la politica non si faccia nè per risentimento né per rincorrere la poltrona. È di immediata evidenza che il movimento della Poli nasce perché il PDL non riconosce all’eurolady un ruolo importante nel governo Berlusconi.
Da qui la nascita di un terzo polo che ottiene un risultato dignitoso ma niente più.
Gabellone vince perché sfrutta la forza di un PDL molto forte in provincia (un ministro, un sottosegretario e svariati onorevoli e senatori) e perché sfrutta un vento e una congiuntura politica favorevole.
Veniamo infine ad un’analisi galatonese.
Qui l’analisi è per il centrosinistra non prima però di aver fatto gli auguri di buon lavoro a Nisi e Tundo.
A Galatone il centrosinistra tiene ma è chiaramente moribondo. Va avanti a stenti e a tentoni dal 2006 quando terminò anticipatamente l’esperienza del governo locale di centrosinistra.
Chi mi legge sa che nei mesi scorsi ho scritto e detto molto sul Partito Democratico (anche per un senso di appartenenza che non rinnego affatto).
Dire che avevo ragione non serve anche perché non c’è modo più intenso di aver torto che avere ragione in ritardo.
Serve però capire perché rispetto alle politiche 2008 il PD perde nel confronto con europee e provinciali 2009 rispettivamente il 10% e il 15%.
Per me la spiegazione era ed è semplicissima: la politica del nulla porta al nulla.
Scarso radicamento sul territorio, scarsa attenzione verso i temi politico-amministrativi, opposizione inesistente e connivente e soprattutto scarsa chiarezza politica sono le cause di questa debacle di cui non c’è da essere contenti.
Gli elettori in questo modo è normale che scappino a gambe levate rifugiandosi parte nell’IDV, parte nell’astensionismo e parte verso altri lidi.
Diciamolo chiaramente QUESTO PD non serve.
Serve invece un partito pesante che stia vicino e possa ascoltare i problemi della gente e si metta quindi in connessione con il territorio.
Serve inoltre un rinnovamento VERO della classe dirigente anche perché dal voto è venuta una chiara richiesta di cambiamento, di rinnovamento anche dentro il PD, pensiamo solo alle preferenze per le Europee. Tutti parlano della Serracchiani, e giustamente, perché ormai Debora è diventata un simbolo. Ma pochi parlano di Francesca Barracciu, che in Sardegna ha preso 116 mila voti di preferenza su 170 mila voti di lista. David Sassoli ha superato i 400 mila voti nel Centro, Rita Borsellino ne ha presi 200 mila in Sicilia, il sindaco di Gela Crocetta è arrivato a 140 mila e cosi via….
Infine dobbiamo smetterla di farci del male perché, non nascondiamocelo, a sinistra siamo specialisti nel farci più problemi di quanti già non se ne presentino e perché siamo maestri nel segare l’albero sul quale siamo seduti.
Allora l’augurio per noi e per il paese è che le forze riformiste e progressiste di questa comunità si mettano assieme per ricominciare a lavorare ed a crescere.
P.S.
Rimando ad un prossimo post un commento sulla porcata tutta pugliese delle alleanze PD-UDC-IO SUD.
DONNE GALATONESI, SVEGLIA!!!
Stamattina riflettevo sull'ignobile attacco maschilista del Ministro La Russa a Laura Boldrini (portavoce in Italia dell'Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) riguardo la questione immigrati.
E di riflesso poi riflettevo anche sulla preoccupante visione della donna che ha Galatone.
E mettevo in correlazione questo elemento con il ruolo delle donne in politica e con le imminenti elezioni amministrative ed europee.
Sono partito da una semplicissima constatazione.
A Galatone nei ruoli che contano non vi sono donne. Basta guardare il consiglio comunale (1 donna su 21 consiglieri) o peggio ancora la giunta comunale (0 donne presenti).
C’è di più, nello scorsa tornata elettorale delle comunali su un totale di 7 candidati sindaci non vi era nemmeno una donna e ve ne erano pochissime candidate nelle liste.
La situazione non è migliorata neanche in questa tornata elettorale dove, nel collegio Galatone-Nardò Sud, ancora una volta non ci sono candidate donne (oltre alla preoccupante considerazione che i candidati hanno un’età media ben al di sopra dei 40 anni!!!).
Facendo queste semplicissime riflessioni mi sentivo preoccupato.
Ma poco dopo la preoccupazione è diventata angoscia quando ho pensato al ruolo che la politica cittadina assegna alla donna o peggio a quale ruolo relega la donna stessa.
Ebbene sì perché è angosciante poi vedere come i comitati elettorali siano occupati o meglio dire riempiti da ragazzine/ragazze/donne alle quali al più viene assegnato un ruolo di logistica o di ragazza pon-pon della situazione.
Diventa infine allarmante che una battaglia come le quote rosa in seno alla giunta l’abbiano dovuta affrontare i tanto bistrattati e vituperati blog e non magari una associazione al femminile creata all’uopo.
Chiudo ponendomi e ponendo a tutti un interrogativo:
rivalutare il ruolo della donne in politica non dovrebbe essere il compito, soprattutto in contesti come quello Galatonese, di chi si professa e si propone all’elettore come forza riformista e progressista?
Non dovrebbe essere il compito di quelle forze che hanno addirittura nel loro statuto prima il dovere morale e poi l’obbligo di ridare dignità e slancio al ruolo della donna in politica?
Ah dimenticavo, gli statuti e il buon senso in politica non contano più niente.
P.S.
Per un ulteriore approfondimento leggete qui:
http://www.unita.it/news/84879/poche_in_fondo_alla_lista_eurocandidate_corsa_in_salita
SCUSATE MA VOGLIO PARLARE DI POLITICA
Ballo meglio di lui,ma non riuscirei mai a farlo in pubblico né davanti a qualche milione di telespettatori.
Lui si chiama Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia, io solo Valentino, con due bisnonni in meno in mezzo al nome e al cognome.
Lui è Principe di Venezia, io a Venezia ci sono solo andato in gita.
Fa il consulente finanziario e ha avuto qualche guaio con la giustizia, ma è stato prosciolto e l’inchiesta archiviata.
Nel 2007 lui e il suo babbo hanno chiesto un risarcimento da 260 milioni di euro allo Stato (danni morali), più la restituzione dei beni confiscati ai Savoia. In seguito ha dichiarato di essersi sbagliato. La sua precedente avventura politica risale alle ultime elezioni (2008), nella circoscrizione estera Europa. Con soltanto lo 0,4%, "Valori e Futuro con Emanuele Filiberto" ha avuto il peggior risultato della circoscrizione, ultimo partito in assoluto in ordine di preferenze. Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto è candidato nella circoscrizione Nord Ovest alle prossime Elezioni Europee per l’Udc. La sua candidatura non è passata inosservata. Alcuni gridano allo scandalo e tacciano l’Udc di scarso attaccamento ai valori repubblicani, altri lamentano lo scadimento ormai grottesco della qualità della politica italiana.
Troppa grazia per Sua Grazia. Io ho solo un dubbio: non ho capito bene cosa intenda fare se eletto, se proporrà al Parlamento Europeo una seria riforma del Valzer o si limiterà ad alcuni piccoli cambiamenti progressivi. Se intende intervenire sul caro prezzi delle scarpe di vernice o sugli standard delle fasce per smoking.
Mi chiedo anche se gli hanno detto che quando butterà male non gli sarà consentito ammiccare alla Carlucci e nemmeno aggrapparsi alla nervosa Titova. Emanuele e i ragazzi di Via Savoia (così evitiamo di citarli tutti ogni volta), si candidano ma nel momento della Guerra dei Roses di Arcore la boutade del ballerino regale pare interessare poco o nulla.
Intanto io fischietto e continuo a ballare da solo, sorrido a telecamere inesistenti e spero che magari ora che tutte le veline e i tronisti di ogni casta e censo trovano posto in politica, le file di ballerini di prima serata si sfoltiscano e si liberi qualche posto per me e per altri che vogliono solo parlare di Europa, che vogliono solo parlare di politica.
E magari parlare di come questo governo ha smontato le principali riforme per la concorrenza realizzate da Bersani nella scorsa legislatura: class action rese impossibili per l’esclusione delle associazioni consumatori, para-farmacie costrette alla chiusura, authority di controllo assoggettate ai poteri di nomina di maggioranza parlamentare.
E magari parlare di come questa destra approfitta della crisi per realizzare il suo programma di sempre: proteggere le rendite e scaricare sui lavoratori, sui diritti e sulle retribuzioni l’aggiustamento delle finanze del paese con i lavoratori che vengono colpiti due volte e cioè sia come cittadini-lavoratori e come cittadini-consumatori.
E magari parlare di come si debbano agganciare i temi del lavoro, del welfare ad una nuova visione di Europa.
Perche non c’è da stare allegri di fronte alla drammatica tripletta prevista per l'Ue nel 2009-2010:
-4% (Pil); +14 milioni (disoccupati); + 20% (debito pubblico).
È evidente che le politiche nazionali di bilancio, retoricamente coordinate, non funzionano e che, comunque, l'esplosione dei debiti pubblici limiterà sempre di più gli spazi di manovra interni. Senza
un'istituzione federale,come
Insomma, la morsa della destra sull'Ue impedisce le riforme istituzionali e di conseguenza blocca le politiche necessarie a contrastare la crisi in corso.
Ecco il nodo politico delle elezioni europee.
Per uscire dalla crisi è, infatti, necessario un “Piano Europeo per il lavoro”.
Non una lista della spesa, ma un patto politico di dimensione europea tra governi, forze sindacali e produttive. Un patto analogo per portata al compromesso socialdemocratico o rooseveltiano, realizzato a scala nazionale a cavallo della II Guerra Mondiale, per fondare i welfare states e le democrazie delle classi medie.
Un patto per un insieme coerente di interventi pubblici, decisi e finanziati a livello europeo attraverso l'emissione di eurobonds, per investimenti infrastrutturali, per lo Small Business Act, per il reddito e la formazione dei disoccupati, per inevitabili processi di ristrutturazione delle imprese della manifattura e dei servizi (auto e non solo), per programmi di ricerca e sviluppo, per la cooperazione fiscale.
Senza un Piano Europeo per il lavoro, ossia senza un forte impulso alla domanda “interna” europea,
un potenziale di 500 milioni di consumatori, la prospettiva giapponese, la stagnazione, è inevitabile.
Ed i 14 milioni di disoccupati in più rimarranno per anni ed anni senza lavoro. Con inevitabili conseguenze sociali e politiche: protezionismo, nazionalismo, razzismo, divisione ed indebolimento
dei lavoratori, restringimento degli spazi democratici.
Nella campagna elettorale, i partiti riformisti devono rendere chiaro alle opinioni pubbliche il nesso tra uscita dalla crisi ed Ue. Rimanere abbarbicati al riformismo in un solo Paese, non solo li condanna alla sconfitta, ma lascia tutta l'Europa ad una deriva di impoverimento economico, civile e democratico.
Ah scusate se ho voluto parlare solo di POLITICA.
Riflessioni nate dopo la lettura
di uno scritto di Michele Dalai