Chi sono

Utente: messapico85
Nome: Valentino Moretto
A questo blog non può essere applicato l'art. 5 della legge 8 Febbraio 1948 n. 47 poiché l'aggiornamento delle notizie in esso contenute non ha periodicità regolare (art. 1 comma 3, legge 7 Marzo 2001 n. 62): non rappresenta una testata giornalistica e non ha fini economici. I post editi hanno lo scopo di stimolare critica, discussione e cultura. Il Gestore non è responsabile del contenuto dei siti e delle pagine in esso linkati e declina ogni responsabilità derivante dall'uso o dall'abuso delle informazioni contenute in questo blog. Le opinioni espresse negli articoli appartengono ai singoli autori e sono loro responsabilità.





Fiato sul collo



senza memoria non c'è libertà





Silvio c’è… ma a me me lo puppa!



Appello per la Giustizia - Per De Magistris







Free Tibet



Riprendiamoci Telecom Italia!



Scarica il volantino "Onorevoli Wanted"



Il calendario 2008 dei santi laici



























Partecipano

Foto recenti

Punto 7 Punto 7 Punto 7
Allegato al punto 6 e 7 Allegato al punto 6 e 7 Allegato al punto 6 e 7
Vedi altri media

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
martedì, 10 novembre 2009

Consumi a picco,

 Italia più povera di quel che pare

Dall’annuncio di Berlusconi di cancellare l’Irap per le imprese, all’ultima ipotesi di Tremonti di inserire 1,5 miliardi per l’Irap con emendamento alla Finanziaria, corre la distanza tra 37 miliardi, il gettito totale dell’Irap e lo zero, zero. Si va da annunci-bufale a proposte finali slegate dai dati drammatici di famiglie, lavoratori ed imprese. Morandini, responsabile piccole imprese di Confindustria parla di 300.000 PMI e 700.000 posti lavoro a rischio. A parte le cifre, è certo che la fase attuale della crisi è segnata drammaticamente da disoccupazione crescente che colpisce ancor più la domanda interna. Anni di perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni hanno prodotto un calo dei consumi con conseguenze drammatiche, sia socialmente, per le famiglie che non arrivano a fine mese, sia economicamente perché i consumi sono i 2/3 del Pil. Vediamo i dati. Negli ultimi 4 anni le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state stazionarie malgrado la crescita della popolazione, mentre i consumi pro-capite reali, cioè a prezzi costanti, si sono addirittura ridotti del 10%. Infatti nel quadriennio 2005-2009 le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state a crescita zero, ma i prezzi al dettaglio sono cresciuti del 7%; in conseguenza i consumi reali (a prezzi costanti) si sono ridotti del 7%.
Poiché la popolazione residente è cresciuta nel quadriennio di 1,6 milioni, da 58,4 a 60 milioni, del 3%, ne consegue che i consumi pro-capite sono calati del 10% (-7% dei consumi reali e +3% della popolazione). Un calo di proporzioni drammatiche, mai visto in tempo di pace né in Italia né in altri paesi europei, dove il trend dei consumi è sempre positivo, anche per i nuovi prodotti-servizi della società della conoscenza, cellulari, TV, computer, più studi e viaggi. Da questi dati consegue la priorità assoluta del tema lavoro e famiglia, con defiscalizzazioni per salari e pensioni, contratti di solidarietà ad orario ridotto per difendere l’occupazione e sostegni alle famiglie per sostenere figli ed anziani. Se l’Italia non s’impegna seriamente a risolvere il doppio problema delle riforme per la libera concorrenza e delle riforme per il lavoro, il bel paese continuerà a crescere la metà dell’Europa, come succede da anni. Tra una politica dell’offerta, Irap, etc. ed una politica della domanda, salari, famiglie, etc. la prorità più drammatica in questo momento riguarda la domanda; senza escludere misure di salvataggio per le imprese, ad es. mettendo un tetto all’Irap almeno per le imprese in difficoltà (Irap azzerato o bloccato al 50% dell’utile precedente per le imprese con bilanci in rosso) senza lanciare bufale di un’impossibile, oggi, azzeramento dei 37 miliardi dell’Irap.

Nicola Cacace

martedì, 13 ottobre 2009

...LE DUE CONCEZIONI DEL DEBITO...

 

La Gran Bretagna nei prossimi due anni venderà beni pubblici per un totale di 16 miliardi di sterline (circa 17,3 miliardi di euro) per ripianare il debito, salito al 12% del Pil. Lo ha annunciato il premier britannico Gordon Brown.

Tra i beni che saranno venduti ci sono il tunnel di Dartford sul Tamigi e il sistema di scommesse Tote, ha citato Brown parlando a un convegno economico alla sede di Bloomberg Londra. Secondo il primo ministro è comunque necessario continuare con il programma di stimolo all'economia fino a quando la ripresa non si sarà consolidata.

I quotidiani inglesi citano tra i beni che saranno ceduti anche la partecipazione nel capitale della società del tunnel sotto alla Manica e della ferrovia che lo percorre, la quota statale nell'azienda che arricchisce l'uranio per le centrali atomiche (Urenco) e numerose proprietà immobiliari. Il ministro del Commercio e industria, Peter Mandelson, ha riferito che le cessioni «ci aiuteranno a ridurre i disavanzi senza effettuare tagli sui servizi pubblici di base. Ma no siamo idioti: non venderemo ai prezzi più bassi».

 

È facile notare che in Inghilterra con un debito pubblico al 12% del PIL il governo venda asset più o meno strategici per ridurre il debito.

In Italia invece, succede esattamente l’opposto.

I dati di oggi della Banca d’Italia ci dicono che l'indebitamento dello Stato sale ancora e tocca un nuovo record ad agosto a quota 1.757,534 miliardi di euro. Il debito pubblico di agosto ha registrato un rialzo dello 0,2% rispetto ai 1.754 miliardi di euro di luglio scorso, e del 5,7% rispetto ai 1.663 miliardi di fine 2008.

Nel 2008 era pari al 105,8% del PIL, rispetto al 103,5% del 2007, secondo i dati della Banca centrale. Il governo prevede un aumento del debito pubblico pari al 110,5% del PIL quest’anno e del 112% nel 2010.

 

In Inghilterra i ponti si vendono per far calare il debito…in Italia invece i ponti (inutili come quello di Messina) si continuano a fare…

Che dire, Buona fortuna a tutti noi !!!

Dati: www.corriere.it

venerdì, 02 ottobre 2009

Asi, “non produciamo più un euro di debito”

 

“Il quadro non è idilliaco, ma penso che il lavoro del nuovo c.d.a. stia dando i suoi buoni frutti.

Segno che la politica non fa solo danni quando si sposta”.

In attesa di quello cartaceo, questo è in sintesi il bilancio che il presidente dell’Asi Carlo Benincasa sente di poter fare dopo circa un anno e mezzo dal suo insediamento “quando”, dice, “la situazione era veramente drammatica”.

Risanamento, riorganizzazione aziendale, investimenti in corso e progetti futuri.

Il presidente parte proprio dai debiti del Consorzio per spiegare che tipo di direzione si sia intrapresa dopo la stesura del piano di rientro, ora in fase di ri-aggiornamento (l’approvazione prevista entro il 15 ottobre).

La riduzione del personale ha ovviamente ridimensionato i numeri: da 18 a 6 dipendenti, per un risparmio sul sulla spesa pari a 750mila euro.

Provvedimento che ha permesso in un certo senso anche il pagamento degli stipendi. “Avevamo dieci mensilità in arretrato, oggi è tutto in regola”, spiega Benincasa che aggiunge: “Non abbiamo prodotto un centesimo di debito in più”. Com’è noto, i grattacapi più consistenti per il Consorzio erano derivati dalla gestione delle reti dell’Acquedotto Pugliese, con tutte le conseguenze che le imprese lasciate più volte all’asciutto hanno dovuto fronteggiare:

“Ma ora che della gestione si occupa esclusivamente l’Aqp, siamo nelle condizioni di non produrre altri debiti”, che comunque restano in pendenza: l’Acquedotto rivendica il pagamento di 6mln.

Il presidente non assicura nell’immediato, ma in qualche modo fa intendere che si sta facendo un grande lavoro per non lasciare insoluta alcuna pratica.

Accenna infatti all’approvazione del regolamento per l’assegnazione dei suoli di proprietà del Consorzio “che ci ha permesso di eliminare il mercato nero dalle zone industriali”.

Bisognerà adesso procedere alla verifica dello stato dei luoghi, ci sono circa 1 milione e 800mila metri quadri di lotti a disposizione delle imprese, da destinare subito, senza varianti, è tutto previsto nel Prg.

A Tricase, Gallipoli e Nardò alcuni lotti sono già stati assegnati.

Molte aree industriali della provincia potrebbero invece essere a breve interessate dagli interventi di completamento che l’Asi ha previsto, finanziabili con le risorse che il relativo bando europeo di sviluppo regionale – con scadenza 30 settembre – contiene.

Il progetto prevede al primo punto: la riqualificazione della zona industriale di Lecce-Surbo con la messa in sicurezza della viabilità e la realizzazione di alcune rotatorie sull’asse principale di spina, la realizzazione si segnaletica stradale

e della cartellonistica relativa alle sedi delle aziende; completamento della rete di distribuzione dell’acquedotto industriale e realizzazione di infrastrutture a banda larga.

Al secondo: la riqualificazione dell’agglomerato industriale di Galatina/Soleto nella stessa misura individuata per Lecce, più la realizzazione di un sistema di illuminazione a Led e il completamento della rete fognaria.

Nell’area di Nardò/Galatone la realizzazione della viabilità e il completamento e la messa in funzione dell’acquedotto potabile e fognante è già in fase di realizzazione, al contrario della realizzazione del sistema di illuminazione a Led.

A Gallipoli, poi, c’è da intervenire praticamente su tutto: viabilità, infrastrutture a banda larga, illuminazione, fognatura e rete di distribuzione dell’acquedotto industriale, da realizzare in toto.

Anche nelle zone P.i.p di Maglie e Melpignano c’è un gran bel da fare: il progetto per il riuso delle acque reflue per usi industriali del depuratore consortile di Maglie è già in corso, come la dotazione infrastrutturale.

Occorre quindi sistemare la viabilità con inserimento di illuminazione, realizzare il sistema a banda larga, completare la rete fognaria e rielaborare il progetto esecutivo per il II° lotto di lavoro per il cavalcavia sulla ss16.

Infine, l’area di Tricase/Specchia/Miggiano: si prevedono interventi per la viabilità, la dotazione di banda larga, di sistema di illuminazione a Led e il completamento della rete fognaria.

La realizzazione delle infrastrutture è già in corso d’opera.

Quali sono i progetti futuri, le idee? Un Parco delle energie rinnovabili a servizio delle imprese.

Ci sarebbero ben 25 ettari da destinare a questa che per ora è praticamente solo un’idea. Benincasa sostiene di crederci fermamente, anche se ci vorrà del tempo.

Primo passo: gli espropri.

Fonte: www.ilpaesenuovo.it

sabato, 19 settembre 2009

RICEVO E PUBBLICO

 

PD

Regione Puglia

Antonio Maniglio

Presidente gruppo consiliare

Dopo i tagli della Gelmini e la denuncia degli studenti e del Rettore

Due milioni di euro all’Università

del Salento

Lo ha deciso oggi la prima commissione consiliare

della Regione Puglia.

 

 

“Il ministero dell’Università ha tagliato nei mesi scorsi i fondi all’ateneo leccese,

aggravando ulteriormente una situazione di difficoltà che rischia di creare problemi di funzionalità dei servizi e di qualità della didattica per ricadere, in definitiva, sugli studenti.

E bene hanno fatto gli studenti a mobilitarsi subito per impedire un nuovo incremento delle tasse proprio a causa dei tagli della Gemini.

E altrettanto importante è stata la reazione del Rettore che, estraneo a qualsiasi logica politica, ha espresso pubblicamente il proprio dissenso verso una scelta che penalizza l’intero ateneo.

Certo è sorprendente che i tanti parlamentari e consiglieri regionali del Pdl, nonché il neo presidente della Provincia, che pure esternano a ogni piè sospinto, non abbiano trovato il tempo per esprimere una qualche opinione e, magari, attivarsi per trovare qualche soluzione riparatrice.

Prendiamo atto che non si vuole disturbare il ministro Gelmini che, al contrario, sta arrecando danni continui alla scuola e all’Università visto che l’unica pratica che esercita è quella dei tagli dei docenti e dei precari e delle risorse.

Ma la Regione Puglia non abbandona le Università pugliesi e, pur dentro a un bilancio rigido, destina 10 milioni di euro agli atenei. Questo è quanto ha deciso oggi la commissione bilancio della Regione.

L’Università di Lecce avrà quindi un finanziamento di 2 milioni di euro per questi ultimi mesi del 2009 (Bari ne avrà 4 e Foggia 1); il resto delle risorse (3 milioni di euro) verrà ripartito dalla conferenza regionale dei rettori e ci sarà, pertanto, un ulteriore contributo.

Questo ulteriore impegno di spesa a favore dell’ateneo salentino è coerente con quanto fatto nei mesi passati.

Se oggi il prof. Cingolani annuncia l’imminente apertura del nuovo centro di

nanotecnologie, con conseguente assunzione di giovani ricercatori, è proprio in virtù di un finanziamento regionale di 10 milioni di euro.

L’evidenza dei fatti, pertanto, non consente smentite: mentre a Roma Berlusconi

taglia, a Bari si reperiscono risorse indispensabili per non far crollare il sistema

universitario pugliese e, addirittura, per qualificarlo ulteriormente.

Non ci pare una differenza da poco.

 

 

Lecce, 17 settembre 2009                                                                            Antonio Maniglio

 

giovedì, 03 settembre 2009

BREVE RIFLESSIONE

 

Ieri sera alla Festa Democratica di Genova è intervenuto tra gli altri Bruno Tabacci (Parlamentare Udc) persona, a mio modesto parere,di grande spessore politico e umano.

Faceva una riflessione che vi sottopongo: metteva a confronto il sistema partitico-parlamentare americano e quello italiano.

Partendo da una constatazione oggettiva e cioè quella che Berlusconi e Obama hanno (solo e purtroppo per nostra sfortuna) in comune il grande consenso che gli ha portati a guidare il proprio Paese, sottolineava però che non hanno lo stesso rapporto con il Parlamento e con la maggioranza che li sostiene.

In America, ad  esempio, non di rado il Parlamento “mette i bastoni tra le ruote” al capo del governo (basti pensare ai problemi che Obama sta incontrando in queste settimane per far approvare la riforma sanitaria promessa in campagna elettorale) e tutto ciò avviene per una ragione definitiva ed univoca: il capo del governo in America non si sceglie i Parlamentari in virtù di una legge elettorale e di un sistema partitico-parlamentare molto più democratico e aperto del nostro.

In Italia invece, per diverse ragioni a partire dal Porcellum Calderoli, è il capo del Governo a scegliersi i parlamentari svilendo l’attività parlamentare ed esautorando lo stesso Parlamento delle sue funzioni…

 

RIFLETTETE GENTE, RIFLETTETE...

giovedì, 06 agosto 2009

LA BENZINA AUMENTA

IL GOVERNO TACE

La corsa del prezzo dei carburanti in coincidenza con i massicci spostamenti estivi riaccende lo scontro sul comportamento delle compagnie petrolifere.

Un comportamento asimmetrico: quando il prezzo sui mercati internazionali sale, come avviene da aprile, le conseguenze sul prezzo alla pompa sono immediate; quando, invece, il prezzo del barile scende,come è stato dall’autunno scorso fino a primavera, le ricadute sui consumatori sono ritardate e parziali.

Vi sono solide ragioni tecniche che però, solo in parte, spiegano la vischiosità delle riduzioni (ad esempio il prezzo di acquisto delle scorte ed il prezzo bloccato nei contratti in essere). Molto meno giustificabile la rapidità e la portata degli aumenti.

In sintesi, i prezzi alla pompa sono in larga misura variabili politiche, controllate dalle compagnie petrolifere nello spazio di manovra consentito dalla politica economica dei governi.

Ecco il punto: la politica economica del Governo Berlusconi lascia mano libera alle compagnie petrolifere, come lascia mano libera a tutti gli interessi più forti. Oppure, quando la situazione si mette veramente male, ricorre allo scambio corporativo tra misure simboliche e di breve periodo in cambio di salvaguardia delle rendite.

Certo, la retorica di Tremonti-Robin Hood abbonda, amplificata da media controllatati o allineati, incontrastata dalle associazioni delle imprese, liberiste soltanto sul mercato del lavoro.

Ma la realtà è opposta e colpisce consumatori ed imprese.

Per disciplinare compagnie petrolifere, grandi catene distributive, banche, assicurazioni, produttori di energia elettrica, aziende di telecomunicazioni servono interventi forti per l’apertura dei mercati.

Servono leggi e riorganizzazioni, certo difficili, per consentire concorrenza.

Servono Authority indipendenti e adeguatamente attrezzate per controllare il rispetto delle regole e dare sanzioni significative.

Insomma, sarebbe servito portare avanti le riforme avviate da Bersani nella scorsa legislatura. Invece, si è andati in direzione opposta. Il ministro Scajola ha fatto marcia indietro, in buona compagnia di tanti governi europei, sulla separazione delle reti distributive di energia (Terna) e gas (Snam) dalla proprietà degli ex(?) monopolisti Enel ed Eni. Coperto dall’invocazione strumentale del “primato della politica”, il Governo ha tagliato le risorse alle Authority di controllo,

ha ripetutamente minacciato i presidenti con la schiena dritta (Draghi alla Banca d’Italia e Ortis all’Autorità per l’energia), ha generosamente premiato i vertici servili (in particolare, Cardia, alla Consob).

Insomma, dietro la propaganda, le destre, come sempre in Italia, salvaguardano le rendite e colpiscono il lavoro e la produzione.

 

Stefano Fassina

 

mercoledì, 22 luglio 2009

INTERESSANTISSIMO...

Il falò delle illusioni

di MASSIMO GIANNINI


Tremonti che parla alla Camera ricorda il presidente americano Coolidge che scrive al Congresso, nel dicembre del 1928: "Dovete considerare il presente con soddisfazione e prevedere il futuro con ottimismo...". Pochi mesi dopo ci sarebbe stato "Il Grande Crollo" del '29, raccontato da Galbraith.

 

Il "mantra" governativo è sempre lo stesso, assolutorio e rassicurante. Abbiamo fatto tutto ciò che era giusto e necessario per aiutare famiglie e imprese, per finanziare consumi e investimenti, per sostenere reddito e occupazione: la crisi è finita, andate in pace. Anche nell'ambito della politica economica, come in quello dell'etica pubblica, vero e falso si mescolano, realtà e finzione si sovrappongono, e al Paese si narra "un'altra storia". Così, ancora una volta, per riconciliarsi con la forza oggettiva dei fatti non resta che ascoltare la voce di una delle poche istituzioni rimaste incontaminate, al di fuori del perimetro sempre più pervasivo del berlusconismo. In un involontario, ma salutare contrappunto parlamentare, il governatore della Banca d'Italia ci ha spiegato tre verità fondamentali.

 

La prima verità: la fase di peggioramento congiunturale che ha caratterizzato gli ultimi mesi sembra essersi arrestata. E questo è sicuramente un fatto positivo. Ma la crisi è tutt'altro che finita. L'Italia rischia di arrivare esausta al prossimo autunno. Senza una decisa inversione di rotta della produzione industriale, che resta inferiore del 25% rispetto all'aprile dell'anno scorso, a settembre assisteremo a una falcidie di piccole e medie imprese, e ad una conseguente ondata di tagli alla forza lavoro che la Cassa integrazione non basterà a contrastare.

 

 

 

La seconda verità: questa crisi globale, quando finirà, ci lascerà in eredità un debito pubblico enorme. Vale per tutti i Paesi, che hanno contenuto la tempesta perfetta rafforzando gli argini della spesa statale con le care, vecchie politiche keynesiane. Vale ancora di più per l'Italia, che ha usato poco e niente il bilancio pubblico (in parte per necessità, ma soprattutto per scelta) e che partiva da un indebitamento sistemico di proporzioni gigantesche. Oggi il nostro Paese si ritrova svantaggiato due volte: non ha messo in campo "piani di stimolo" significativi, e sconta un quadro di finanza pubblica gravemente deteriorato. Le cifre di Draghi fanno tremare i polsi. A fronte di un Pil in caduta del 5,2%, quest'anno ci ritroveremo con un deficit aumentato al 5,3%, un debito esploso al 115,3% e un avanzo primario azzerato e trasformato in un disavanzo dello 0,4%, per la prima volta dalla fine degli anni '90. Certo, questi risultati sono frutto della caduta generalizzata del denominatore (il Pil, sul quale il governo non può agire più di tanto). Ma anche dell'espansione incontrollata dei numeratori (su tutti la spesa corrente, lievitata al massimo storico del 43,4%, sulla quale invece il governo può agire moltissimo).

 

La terza verità: il tempo delle grandi riforme è adesso, ed è tempo finora sprecato. I pacchetti estemporanei varati fino ad oggi, compreso l'ultimo decreto "anti-crisi", sono pannicelli caldi. Draghi ricorda che senza azioni incisive sulla spesa primaria, sulla previdenza, sulla liberalizzazione dei mercati, non si troveranno risorse per lo sviluppo. E senza misure di vera lotta all'evasione non si porranno mai le basi per una seria riduzione delle imposte che infatti (ironia della sorte, per il Cavaliere che ha vinto tre elezioni promettendo "meno tasse per tutti") continuano ad aumentare. Anche qui, i numeri fanno paura. La pressione fiscale ha raggiunto il 43,4%: lo stesso picco storico che toccò nel '97, anno della rincorsa a Maastricht e dell'eurotassa, e più della vetta raggiunta nel 2007 dall'esecrato governo dei "tartassatori" Prodi, Visco e Padoa-Schioppa. Le entrate tengono, assicura Tremonti. Mente: nel primo trimestre l'Iva è crollata del 10,2%. Di nuovo: pesa la caduta generalizzata del denominatore (il Pil, che comunque si è ridotto "solo" della metà). E poi, nello stesso periodo, i consumi sono scesi "solo" del 2,6%. Come si spiega questa differenza? Il governatore lo dice con il linguaggio del banchiere centrale: "Solo una parte del divario sembrerebbe riconducibile a una ricomposizione dei consumi verso beni essenziali, caratterizzati da aliquote più basse". Tradotto nel linguaggio della gente comune, il divario si spiega con il dilagare dell'evasione.

 

Il paradosso è che anche nella politica fiscale il governo usa l'arte della dissimulazione, in questo caso disonesta. Spaccia per "guerra totale" un altro "condono tombale". Perché questo è, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo scudo fiscale appena varato dal Tesoro. Noi lo abbiamo scritto, senza giri di parole. Oggi Draghi lo conferma, con parole non meno chiare: Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, per i pentiti che fanno rientrare i capitali dall'estero, "non prevedono l'anonimato del contribuente e le norme comportano l'intero versamento delle imposte dovute e non versate, inclusi gli interessi e le sanzioni". Nel Belpaese, invece, funziona in tutt'altro modo: l'anonimato è garantito, e con un modesto obolo del 7,5% si chiudono i conti con l'Erario. Questa è l'Italia. E a Berlusconi e Tremonti piace così. Torna in mente ciò che scrisse Mark Twain, citato sul Wall Street Journal dell'11 settembre '29: "Non separatevi dalle vostre illusioni. Quando esse sono scomparse, potete continuare a esistere, anche se avete cessato di vivere".

lunedì, 01 giugno 2009

LE BALLE DI BERLUSCO-NISI

Ieri sera il candidato locale del PDl ha dichiarato: "Il Presidente Berlusconi ha detto che il nucleare in Puglia non si farà" ( sarebbe stato cosi fesso da farlo in campagna elettorale?)

Mi chiedo: dobbiamo credere alle parole di un candidato di paese o alle parole di un Ministro della Repubblica, nella fattispecie, Raffaele Fitto:

Fitto__nucleare[1]

Qualcuno ci chiarisca chi sta prendendo in giro gli elettori?

domenica, 17 maggio 2009

SCUSATE MA VOGLIO PARLARE DI POLITICA

 

Ballo meglio di lui,ma non riuscirei mai a farlo in pubblico né davanti a qualche milione di telespettatori.

Lui si chiama Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia, io solo Valentino, con due bisnonni in meno in mezzo al nome e al cognome.

Lui è Principe di Venezia, io a Venezia ci sono solo andato in gita.

Fa il consulente finanziario e ha avuto qualche guaio con la giustizia, ma è stato prosciolto e l’inchiesta archiviata.

Nel 2007 lui e il suo babbo hanno chiesto un risarcimento da 260 milioni di euro allo Stato (danni morali), più la restituzione dei beni confiscati ai Savoia. In seguito ha dichiarato di essersi sbagliato. La sua precedente avventura politica risale alle ultime elezioni (2008), nella circoscrizione estera Europa. Con soltanto lo 0,4%, "Valori e Futuro con Emanuele Filiberto" ha avuto il peggior risultato della circoscrizione, ultimo partito in assoluto in ordine di preferenze. Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto è candidato nella circoscrizione Nord Ovest alle prossime Elezioni Europee per l’Udc. La sua candidatura non è passata inosservata. Alcuni gridano allo scandalo e tacciano l’Udc di scarso attaccamento ai valori repubblicani, altri lamentano lo scadimento ormai grottesco della qualità della politica italiana.

Troppa grazia per Sua Grazia. Io ho solo un dubbio: non ho capito bene cosa intenda fare se eletto, se proporrà al Parlamento Europeo una seria riforma del Valzer o si limiterà ad alcuni piccoli cambiamenti progressivi. Se intende intervenire sul caro prezzi delle scarpe di vernice o sugli standard delle fasce per smoking.

Mi chiedo anche se gli hanno detto che quando butterà male non gli sarà consentito ammiccare alla Carlucci e nemmeno aggrapparsi alla nervosa Titova. Emanuele e i ragazzi di Via Savoia (così evitiamo di citarli tutti ogni volta), si candidano ma nel momento della Guerra dei Roses di Arcore la boutade del ballerino regale pare interessare poco o nulla.

 

 

 

Intanto io fischietto e continuo a ballare da solo, sorrido a telecamere inesistenti e spero che magari ora che tutte le veline e i tronisti di ogni casta e censo trovano posto in politica, le file di ballerini di prima serata si sfoltiscano e si liberi qualche posto per me e per altri che vogliono solo parlare di Europa, che vogliono solo parlare di politica.

E magari parlare di come questo governo ha smontato le principali riforme per la concorrenza realizzate da Bersani nella scorsa legislatura: class action rese impossibili per l’esclusione delle associazioni consumatori, para-farmacie costrette alla chiusura, authority di controllo assoggettate ai poteri di nomina di maggioranza parlamentare.

E magari parlare di come questa destra approfitta della crisi per realizzare il suo programma di sempre: proteggere le rendite e scaricare sui lavoratori, sui diritti e sulle retribuzioni l’aggiustamento delle finanze del paese con i lavoratori che vengono colpiti due volte e cioè sia come cittadini-lavoratori e come cittadini-consumatori.

E magari parlare di come si debbano agganciare i temi del lavoro, del welfare ad una nuova visione di Europa.

Perche non c’è da stare allegri di fronte alla drammatica tripletta prevista per l'Ue nel 2009-2010:

-4% (Pil); +14 milioni (disoccupati); + 20% (debito pubblico).

È evidente che le politiche nazionali di bilancio, retoricamente coordinate, non funzionano e che, comunque, l'esplosione dei debiti pubblici limiterà sempre di più gli spazi di manovra interni. Senza

un'istituzione federale,come la Bce, in grado di declinare sull'asse dell'interesse europeo gli interessi nazionali, il coordinamento delle politiche nazionali di bilancio affidato a governi di destra, prigionieri di culture nazionalistiche e protezionistiche.

Insomma, la morsa della destra sull'Ue impedisce le riforme istituzionali e di conseguenza blocca le politiche necessarie a contrastare la crisi in corso.

Ecco il nodo politico delle elezioni europee.

Per uscire dalla crisi è, infatti, necessario un “Piano Europeo per il lavoro”.

Non una lista della spesa, ma un patto politico di dimensione europea tra governi, forze sindacali e produttive. Un patto analogo per portata al compromesso socialdemocratico o rooseveltiano, realizzato a scala nazionale a cavallo della II Guerra Mondiale, per fondare i welfare states e le democrazie delle classi medie.

Un patto per un insieme coerente di interventi pubblici, decisi e finanziati a livello europeo attraverso l'emissione di eurobonds, per investimenti infrastrutturali, per lo Small Business Act, per il reddito e la formazione dei disoccupati, per inevitabili processi di ristrutturazione delle imprese della manifattura e dei servizi (auto e non solo), per programmi di ricerca e sviluppo, per la cooperazione fiscale.

Senza un Piano Europeo per il lavoro, ossia senza un forte impulso alla domanda “interna” europea,

un potenziale di 500 milioni di consumatori, la prospettiva giapponese, la stagnazione, è inevitabile.

Ed i 14 milioni di disoccupati in più rimarranno per anni ed anni senza lavoro. Con inevitabili conseguenze sociali e politiche: protezionismo, nazionalismo, razzismo, divisione ed indebolimento

dei lavoratori, restringimento degli spazi democratici.

Nella campagna elettorale, i partiti riformisti devono rendere chiaro alle opinioni pubbliche il nesso tra uscita dalla crisi ed Ue. Rimanere abbarbicati al riformismo in un solo Paese, non solo li condanna alla sconfitta, ma lascia tutta l'Europa ad una deriva di impoverimento economico, civile e democratico.

Ah scusate se ho voluto parlare solo di POLITICA.

 

 

 

Riflessioni nate dopo la lettura

di uno scritto di Michele Dalai

 

lunedì, 12 gennaio 2009

OLTRE AL DANNO LA BEFFA

 alitalia1

…Della truffa Alitalia scrivevo già il 9 settembre scorso, ma ora possiamo fare un riepilogo complessivo del grande inganno che Berlusconi&Soci hanno perpetrato nei confronti dei cittadini…  

I telegiornali Mediaset occupavano il video con i volti segnati e le parole commosse di immigrati italiani in varie regioni del globo che ci spiegavano quanto toccasse il loro cuore esule il

tricolore stampato sulle code degli aerei targati Alitalia, i sindacati facevano il possibile per tirare in là con la trattativa per aggiustare a loro vantaggio qualche numero, ma a spararla più grossa di tutti fu naturalmente il nostro presidente del consiglio, allora solo candidato, che in un colpo dichiarò «irricevibile» la proposta di Air France, inventò la cordata dei dieci imprenditori patrioti, schierò nell’impresa persino i propri figlioli (poi fece marcia indietro, perchè come sempre «la sinistra

aveva strumentalizzato»).

Si era a metà marzo dell’anno scorso. A metà aprile si sarebbe andati alle urne e vinse, come si sa, Berlusconi, che nel frattempo aveva ripetutamente manifestato i suoi fieri propositi: con lui avremmo conquistato i cieli, avremmo fatto accordi con Air France, Lufthansa e con Aeroflot (dimenticata Aeroflot?), ne avrebbe parlato con l’amico Sarkozy e con l’amico Putin, avrebbe parlato, in tv, di Malpensa.

L’amministratore delegato della compagnia francese, il celeberrimo Spinetta, che da un anno discuteva con Prodi e con Padoa-Schioppa, vista l’accoglienza e considerando che si sarebbe trovato a gestire la vicenda con un nuovo governo, probabilmente ostile, decise di tirarsi da parte.

E mai, probabilmente, decisione gli sarebbe tornata tanto vantaggiosa.

Sarebbe bastato aspettare. Il governo di centrosinistra ci mise il prestito ponte di trecento milioni per evitare il fallimento (tutti d’accordo in parlamento).

Spinetta aspettò e in capo a otto mesi si è rivisto offrire su un piatto d’oro l’ex compagnia di bandiera, ripulita, tagliata, liberata pure dal peso di Malpensa (ricordo che nel vecchio piano Air France avrebbe gestito, razionalizzato certo, l’hub lombardo. Malpensa avrebbe avuto un ruolo strategico nella nostra economia.

E la cosa buffa, o tragica, è che un affare chiuso nel marzo del 2008 era stato ribaltato per la volontà politica della Lega, che si era mossa proprio per impedire il ridimensionamento dello scalo di Varese. Cosa che avverrà comunque. Anzi. Rispetto a un anno fa la Lombardia ne esce con le ossa rotte….) oltre che da quello di settemila dipendenti, per trecentomilioni di euro, con un risparmio di, suppergiù, due miliardi. Air France si era impegnata con Prodi e Padoa-Schioppa a versare in Alitalia almeno un miliardo entro il mese di giugno 2008 e avrebbe aggiunto un altro miliardo e mezzo per coprire i debiti, che il nuovo piano ha lasciato alla bad company, cioè ai contribuenti italiani.

Air France avrebbe insomma sborsato due miliardi e mezzo o più (garantendo poi un altro miliardo di investimenti per il rinnovo della flotta). È vero che con trecentomilioni Spinetta rileverà solo il 25 per cento di Alitalia, un quarto della compagnia, ma tra tanti neofiti del volo, i venti imprenditori italiani capeggiati da Colaninno più Banca Intesa, con Emma Marcegaglia presidente di Confindustria in evidente conflitto di interessi, è ovvio che farà lui la parte del leone, perchè il knowhow, cioè la competenza, vale ancora qualcosa.

Lui ci metterà la testa, insomma, qualunque sia stato il patto tra gli azionisti per salvare la faccia italiana e quella di Berlusconi.

Il patto dice che gli azionisti potranno vendere solo fra cinque anni e non prima. In omaggio appunto alla bandiera. Tuttavia il cosiddetto vincolo di lock-up si potrebbe facilmente superare: basterebbe una ricapitalizzazione (ed Air France non avrebbe difficoltà).

Peraltro (come si leggeva sul Sole24ore) i nostri valenti cavalieri dell’aria avrebbero strappato un regalino:maggiori entrate ad Alitalia sui biglietti venduti dalla propria rete per voli intercontinentali via Parigi.

Un modo per far cassa, senza investire e scommettere nulla, guadagnando soltanto come pretende lo spirito imprenditoriale grazie all’alleanza con i francesi.

Poi c’è la partita degli “esuberi”, che con il piano francese di un anno fa si sarebbe potuta chiudere con perdite onorevoli e molto meno dolorose.

Il piano prevedeva infatti poco più di duemila esuberi. Per altri tremila lavoratori vi sarebbe stata garanzia di occupazione (grazie ad appalti garantiti) almeno per cinque anni in Az Servizi-Fintecna. I numeri di questi tempi si sono fatti ben più pesanti: settemila in meno, nel conto ovviamente anche quelli di Airone, la compagnia proprietà di Carlo Toto.

Altro capitolo sarebbe quello dell’indotto, ma è difficile misurare le ricadute dei tagli: secondo la Camera di commercio della Brianza, con la “sconfitta” di Malpensa s’arriva a oltre cinquantamila posti di lavoro in meno in Lombardia, tra servizi, trasporti, cargo, turismo.

Poi c’è la flotta. Spinetta aveva promesso ad Alitalia 137 velivoli. Alitalia volava di suo con 175 aerei (un centinaio in proprietà).

Si sono aggiunti i sessanta di Airone. Quanti ne resteranno? Pare centoquaranta, in parte di proprietà, in parte con il leasing (e il leasing verrà pagato a Carlo Toto, il padrone di Airone, che aveva prima dell’ingresso in Cai prenotato sessanta nuovi A320 e che adesso riscuoterà il vantaggioso canone).

Per non parlare di azionisti e obbligazionisti, intrappolati dalla Consob e dalla Borsa in caduta, ciascuno a contare le proprie perdite con azioni che valgono carta straccia.

Anche loro pagheranno, con qualche sofferenza in più, come gli incolpevoli contribuenti.

Felici tutti di aver salvato l’italianità della compagnia. Con scarso vantaggio, perchè l’italianità significa flotta ridimensionata, condizioni di monopolio con una compagnia “recintata” tra il mercato nazionale (in condizioni di quasi monopolio, senza competizione sulle tariffe) e quello europeo (più attaccato dalle lowcost) e comunque meno voli intercontinentali.

Che genio quel Spinetta e che …….. quel Berlusconi!!!

 

alitalia2