Razzismo, la politica che ammala i giovani
Sporco Negro, lo insultarono. Mohamed P. era bengalese. Domenica 1 Novembre, nel parco l’Arcobaleno di Acilia, il cui nome avrebbe dovuto suggerire la tolleranza multicolore, fu pestato fino a causargli un trauma cranico. Ma la notizia è finita nelle «brevi»: cronaca di violenza «non ordinaria», ma anonima. Braccato, come Navtej Singh Sindu, l’indiano arso vivo a Nettuno nel febbraio scorso da un gruppo di ragazzi che non superavano i 20 anni. Radi peli sul mento, ma già l’odio del diverso nel cuore. E poi, tanta vigliaccheria per pestare in venti, come animali, quattro indifesi. Accanendosi su uno di loro fino a lasciarlo quasi morto. Al grido di «’sti negri li dovemo fa’ spari’!».
Siccome i bambini non nascono «razzisti», ma sani, chi può avergli inculcato la paura e l’annullamento del diverso da sé? Resi così disinformati da non sapere che l’immigrazione è una realtà del loro Paese? Chi li ha resi così anaffettivi e violenti, da prendere a bersaglio un uomo che si riposa su una panchina dopo il duro lavoro «regolare» di pulire il culo ai nostri vecchietti? Chi sta modificando questi giovani di oggi nei mostri di domani?
Le menti (e le parole) malate della politica. Come la ministra Carfagna che strumentalizza l’omicidio della giovane Sanaa per puntare il dito contro le «sacche di immigrazione che non avrebbero ancora accettato i nostri valori» (leggere: cristiani contro musulmani, allorché si trattava di un assassinio e basta e semmai di malattia mentale che, come sottolineava Paolo Izzo su Agenzia Radicale, è «multietnica»). O come Fini, che pure in una lodevole battaglia per la cittadinanza, tra le righe di un discorso al Dossier Immigrazione di Caritas-Migrantes, accennava che tra «assimilazione» alla francese e modello multietnico all’inglese, una terza via di integrazione era da inventare intorno ai famosi «valori italiani»: cittadinanza solo dopo un ciclo di studi nella brava scuola italiana… Post-riforma Gelmini: ora di religione, crocifisso nelle aule, carenza di educazione civica alla multietnicità… Come funziona ce lo dice una ricerca di Cnr e dell’Irpps, che ha preso come campione 3.200 studenti di scuole medie e superiori, ponendo loro domande su famiglia, immigrati e rapporti tra i sessi. Da essa, i ragazzi risultano «sessisti, violenti e disinformati», col permanere di stereotipi sulle identità di genere e la sessualità, fino alla legittimazione della «forzatura» delle donne al rapporto; o ancora l’incapacità, pressoché totale, di valutare il fenomeno migratorio.
A confermare che l’attacco al diverso ha una risonanza nell’atavico odio per la donna. E a suggerire che forse la lotta al razzismo potrebbe ricominciare dal lavorare verso un rapporto uomo-donna veramente equilibrato.
Fonte:www.unita.it
Consumi a picco,
Italia più povera di quel che pare
Dall’annuncio di Berlusconi di cancellare l’Irap per le imprese, all’ultima ipotesi di Tremonti di inserire 1,5 miliardi per l’Irap con emendamento alla Finanziaria, corre la distanza tra 37 miliardi, il gettito totale dell’Irap e lo zero, zero. Si va da annunci-bufale a proposte finali slegate dai dati drammatici di famiglie, lavoratori ed imprese. Morandini, responsabile piccole imprese di Confindustria parla di 300.000 PMI e 700.000 posti lavoro a rischio. A parte le cifre, è certo che la fase attuale della crisi è segnata drammaticamente da disoccupazione crescente che colpisce ancor più la domanda interna. Anni di perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni hanno prodotto un calo dei consumi con conseguenze drammatiche, sia socialmente, per le famiglie che non arrivano a fine mese, sia economicamente perché i consumi sono i 2/3 del Pil. Vediamo i dati. Negli ultimi 4 anni le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state stazionarie malgrado la crescita della popolazione, mentre i consumi pro-capite reali, cioè a prezzi costanti, si sono addirittura ridotti del 10%. Infatti nel quadriennio 2005-2009 le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state a crescita zero, ma i prezzi al dettaglio sono cresciuti del 7%; in conseguenza i consumi reali (a prezzi costanti) si sono ridotti del 7%.
Poiché la popolazione residente è cresciuta nel quadriennio di 1,6 milioni, da 58,4 a 60 milioni, del 3%, ne consegue che i consumi pro-capite sono calati del 10% (-7% dei consumi reali e +3% della popolazione). Un calo di proporzioni drammatiche, mai visto in tempo di pace né in Italia né in altri paesi europei, dove il trend dei consumi è sempre positivo, anche per i nuovi prodotti-servizi della società della conoscenza, cellulari, TV, computer, più studi e viaggi. Da questi dati consegue la priorità assoluta del tema lavoro e famiglia, con defiscalizzazioni per salari e pensioni, contratti di solidarietà ad orario ridotto per difendere l’occupazione e sostegni alle famiglie per sostenere figli ed anziani. Se l’Italia non s’impegna seriamente a risolvere il doppio problema delle riforme per la libera concorrenza e delle riforme per il lavoro, il bel paese continuerà a crescere la metà dell’Europa, come succede da anni. Tra una politica dell’offerta, Irap, etc. ed una politica della domanda, salari, famiglie, etc. la prorità più drammatica in questo momento riguarda la domanda; senza escludere misure di salvataggio per le imprese, ad es. mettendo un tetto all’Irap almeno per le imprese in difficoltà (Irap azzerato o bloccato al 50% dell’utile precedente per le imprese con bilanci in rosso) senza lanciare bufale di un’impossibile, oggi, azzeramento dei 37 miliardi dell’Irap.
Nicola Cacace
...LE DUE CONCEZIONI DEL DEBITO...
Tra i beni che saranno venduti ci sono il tunnel di Dartford sul Tamigi e il sistema di scommesse Tote, ha citato Brown parlando a un convegno economico alla sede di Bloomberg Londra. Secondo il primo ministro è comunque necessario continuare con il programma di stimolo all'economia fino a quando la ripresa non si sarà consolidata.
I quotidiani inglesi citano tra i beni che saranno ceduti anche la partecipazione nel capitale della società del tunnel sotto alla Manica e della ferrovia che lo percorre, la quota statale nell'azienda che arricchisce l'uranio per le centrali atomiche (Urenco) e numerose proprietà immobiliari. Il ministro del Commercio e industria, Peter Mandelson, ha riferito che le cessioni «ci aiuteranno a ridurre i disavanzi senza effettuare tagli sui servizi pubblici di base. Ma no siamo idioti: non venderemo ai prezzi più bassi».
È facile notare che in Inghilterra con un debito pubblico al 12% del PIL il governo venda asset più o meno strategici per ridurre il debito.
In Italia invece, succede esattamente l’opposto.
I dati di oggi della Banca d’Italia ci dicono che l'indebitamento dello Stato sale ancora e tocca un nuovo record ad agosto a quota 1.757,534 miliardi di euro. Il debito pubblico di agosto ha registrato un rialzo dello 0,2% rispetto ai 1.754 miliardi di euro di luglio scorso, e del 5,7% rispetto ai 1.663 miliardi di fine 2008.
Nel 2008 era pari al 105,8% del PIL, rispetto al 103,5% del 2007, secondo i dati della Banca centrale. Il governo prevede un aumento del debito pubblico pari al 110,5% del PIL quest’anno e del 112% nel 2010.
In Inghilterra i ponti si vendono per far calare il debito…in Italia invece i ponti (inutili come quello di Messina) si continuano a fare…
Che dire, Buona fortuna a tutti noi !!!
Dati: www.corriere.it
Arriva la ripresa? Se tutto va bene nel 2014...
di Antonio Polito
Corrado Passera ha detto l'altro giorno che il «calo del Pil è da guerra, ci vuole uno choc, ci vuole una roba grossa positiva che giri il segno del -6% verso il positivo». Ma Passera è un banchiere, e si sa che di questi tempi il governo non ascolta i consigli dei banchieri. Francesco Giavazzi ha invece detto che «
Giorgio
Però ieri ho sentito quello che dice il Centro Studi Economia Reale, che è presieduto da Mario Baldassarri, il quale è sì un economista, ahilui, ma anche un esponente del Pdl, anzi è il presidente della Commissione Finanze del Senato. E quello che dice quel rapporto è quanto segue.
Il governo sostiene che la crisi è finita e arriva la ripresa. Ma che cos'è la ripresa? Quand'è che una crisi è finita? Anche il buon senso dice che la crisi è finita quando l'economia torna ai livelli di prima, quando torniamo tutti ricchi come lo eravamo nel 2007. E quando tornerà l'Italia ai livelli di prima?
Il centro di Baldassarri ha fatto un esercizio di previsione, ipotizzando lo scenario migliore: che cioè davvero la crisi finanziaria sia finita, che i tassi di interesse non salgano, che il cambio dell'euro non peggiori. Ebbene, ecco i risultati.
Nella migliore delle ipotesi, il prodotto interno lordo italiano tornerebbe al livello del 2007 soltanto nel 2014, così come il livello dell'occupazione e quello della disoccupazione. I consumi recupererebbero lo stesso valore tra il 2012 e il 2013. Il deficit pubblico tornerebbe sotto il 3% soltanto nel 2015, e tornerebbe all'1,5% del 2007 addirittura nel 2016. Il debito pubblico continuerebbe a crescere fino al 2015, e tornerebbe sotto il 105% registrato nel 2007 non prima del 2020.
Possiamo dunque dire che questa benedetta crisi, almeno per quanto riguarda l'Italia, ci metterà tra i sette e i tredici anni per essere completamente riassorbita, a seconda che la si guardi dal punto di vista del prodotto, dei consumi, dell'occupazione o della finanza pubblica. E - badate bene - quando si dice che il Pil torna al livello del 2007 si intende che torna a livelli già allora molto bassi, perché nei dieci anni precedenti il Pil italiano era comunque cresciuto molto meno della media europea.
La conclusione che ne trae il rapporto di questo Centro studi - il cui animatore, ripeto, è un importante esponente della maggioranza - è che bisogna fare qualcosa. Che non si può aspettare inerti di arrivare al 2020 per rientrare in limiti appena accettabili di debito, né si può aspettare il 2014 per tornare a livelli appena decenti di occupazione. Quel qualcosa, per Baldassarri, è un intervento massiccio ma possibile per tagliare le uniche due voci di spesa pubblica tagliabili: la spesa per acquisiti di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche, e delle Regioni in particolare, cresciuta della bellezza di 32 miliardi tra il 2001 e il 2008 e destinata a crescere di altri 20 miliardi da qui al 2013; e i trasferimenti pubblici a fondo perduto, che sono passati da 30 miliardi che erano nel
Recuperare questi soldi - che non corrispondono certo a un migliore servizio nella sanità, o a una crescita economica nelle aree depresse del paese, e dunque sono improduttivi - potrebbe consentire di investire grandi risorse nell'economia reale, rimettendo nelle tasche degli italiani almeno 35 miliardi di euro. Sarebbe - se così si può dire - uno «stimolo all'italiana». Noi non possiamo fare certo come Obama, che ha fatto schizzare debito e deficit per finanziare la ripresa. E in questo senso il governo fa bene a non peggiorare ulteriormente i nostri conti pubblici. Ma recuperando l'ispirazione originaria del centrodestra - quella che gli ricordano
Come tagliare, e come investire queste risorse è ovviamente libera materia di dibattito politico. Ma il problema italiano è che questo dibattito non c'è nemmeno, perché il governo ha detto che finché dura la crisi non si può fare niente. Cioé fino al 2014? Cioè in questa legislatura e pure nella prossima? E può durare davvero tanto un governo che non fa niente per anni in attesa che l'inerzia ci riporti dove eravamo sette anni prima?
UN'ALTRA SPRUZZATA DI BLU?
Vi ricordate quando noi, maltrattati cittadini di questo paese, ci siamo svegliati una mattina e abbiamo scoperto che il paese era stato ricoperto di blu o meglio di strisce blu…
Bè attenti perché potrebbe riaccadere…anzi riaccadrà...CLICCATE QUI SOTTO e ne scoprirete delle belle...
http://www.comune.galatone.le.it/delibere_giunta/view.php?id=1767&numero_elemento=1
IL GOVERNO TACE
La corsa del prezzo dei carburanti in coincidenza con i massicci spostamenti estivi riaccende lo scontro sul comportamento delle compagnie petrolifere.
Un comportamento asimmetrico: quando il prezzo sui mercati internazionali sale, come avviene da aprile, le conseguenze sul prezzo alla pompa sono immediate; quando, invece, il prezzo del barile scende,come è stato dall’autunno scorso fino a primavera, le ricadute sui consumatori sono ritardate e parziali.
Vi sono solide ragioni tecniche che però, solo in parte, spiegano la vischiosità delle riduzioni (ad esempio il prezzo di acquisto delle scorte ed il prezzo bloccato nei contratti in essere). Molto meno giustificabile la rapidità e la portata degli aumenti.
In sintesi, i prezzi alla pompa sono in larga misura variabili politiche, controllate dalle compagnie petrolifere nello spazio di manovra consentito dalla politica economica dei governi.
Ecco il punto: la politica economica del Governo Berlusconi lascia mano libera alle compagnie petrolifere, come lascia mano libera a tutti gli interessi più forti. Oppure, quando la situazione si mette veramente male, ricorre allo scambio corporativo tra misure simboliche e di breve periodo in cambio di salvaguardia delle rendite.
Certo, la retorica di Tremonti-Robin Hood abbonda, amplificata da media controllatati o allineati, incontrastata dalle associazioni delle imprese, liberiste soltanto sul mercato del lavoro.
Ma la realtà è opposta e colpisce consumatori ed imprese.
Per disciplinare compagnie petrolifere, grandi catene distributive, banche, assicurazioni, produttori di energia elettrica, aziende di telecomunicazioni servono interventi forti per l’apertura dei mercati.
Servono leggi e riorganizzazioni, certo difficili, per consentire concorrenza.
Servono Authority indipendenti e adeguatamente attrezzate per controllare il rispetto delle regole e dare sanzioni significative.
Insomma, sarebbe servito portare avanti le riforme avviate da Bersani nella scorsa legislatura. Invece, si è andati in direzione opposta. Il ministro Scajola ha fatto marcia indietro, in buona compagnia di tanti governi europei, sulla separazione delle reti distributive di energia (Terna) e gas (Snam) dalla proprietà degli ex(?) monopolisti Enel ed Eni. Coperto dall’invocazione strumentale del “primato della politica”, il Governo ha tagliato le risorse alle Authority di controllo,
ha ripetutamente minacciato i presidenti con la schiena dritta (Draghi alla Banca d’Italia e Ortis all’Autorità per l’energia), ha generosamente premiato i vertici servili (in particolare, Cardia, alla Consob).
Insomma, dietro la propaganda, le destre, come sempre in Italia, salvaguardano le rendite e colpiscono il lavoro e la produzione.
Stefano Fassina
Il falò delle illusioni
Tremonti che parla alla Camera ricorda il presidente americano Coolidge che scrive al Congresso, nel dicembre del 1928: "Dovete considerare il presente con soddisfazione e prevedere il futuro con ottimismo...". Pochi mesi dopo ci sarebbe stato "Il Grande Crollo" del '29, raccontato da Galbraith.
Il "mantra" governativo è sempre lo stesso, assolutorio e rassicurante. Abbiamo fatto tutto ciò che era giusto e necessario per aiutare famiglie e imprese, per finanziare consumi e investimenti, per sostenere reddito e occupazione: la crisi è finita, andate in pace. Anche nell'ambito della politica economica, come in quello dell'etica pubblica, vero e falso si mescolano, realtà e finzione si sovrappongono, e al Paese si narra "un'altra storia". Così, ancora una volta, per riconciliarsi con la forza oggettiva dei fatti non resta che ascoltare la voce di una delle poche istituzioni rimaste incontaminate, al di fuori del perimetro sempre più pervasivo del berlusconismo. In un involontario, ma salutare contrappunto parlamentare, il governatore della Banca d'Italia ci ha spiegato tre verità fondamentali.
La prima verità: la fase di peggioramento congiunturale che ha caratterizzato gli ultimi mesi sembra essersi arrestata. E questo è sicuramente un fatto positivo. Ma la crisi è tutt'altro che finita. L'Italia rischia di arrivare esausta al prossimo autunno. Senza una decisa inversione di rotta della produzione industriale, che resta inferiore del 25% rispetto all'aprile dell'anno scorso, a settembre assisteremo a una falcidie di piccole e medie imprese, e ad una conseguente ondata di tagli alla forza lavoro che
La seconda verità: questa crisi globale, quando finirà, ci lascerà in eredità un debito pubblico enorme. Vale per tutti i Paesi, che hanno contenuto la tempesta perfetta rafforzando gli argini della spesa statale con le care, vecchie politiche keynesiane. Vale ancora di più per l'Italia, che ha usato poco e niente il bilancio pubblico (in parte per necessità, ma soprattutto per scelta) e che partiva da un indebitamento sistemico di proporzioni gigantesche. Oggi il nostro Paese si ritrova svantaggiato due volte: non ha messo in campo "piani di stimolo" significativi, e sconta un quadro di finanza pubblica gravemente deteriorato. Le cifre di Draghi fanno tremare i polsi. A fronte di un Pil in caduta del 5,2%, quest'anno ci ritroveremo con un deficit aumentato al 5,3%, un debito esploso al 115,3% e un avanzo primario azzerato e trasformato in un disavanzo dello 0,4%, per la prima volta dalla fine degli anni '90. Certo, questi risultati sono frutto della caduta generalizzata del denominatore (il Pil, sul quale il governo non può agire più di tanto). Ma anche dell'espansione incontrollata dei numeratori (su tutti la spesa corrente, lievitata al massimo storico del 43,4%, sulla quale invece il governo può agire moltissimo).
La terza verità: il tempo delle grandi riforme è adesso, ed è tempo finora sprecato. I pacchetti estemporanei varati fino ad oggi, compreso l'ultimo decreto "anti-crisi", sono pannicelli caldi. Draghi ricorda che senza azioni incisive sulla spesa primaria, sulla previdenza, sulla liberalizzazione dei mercati, non si troveranno risorse per lo sviluppo. E senza misure di vera lotta all'evasione non si porranno mai le basi per una seria riduzione delle imposte che infatti (ironia della sorte, per il Cavaliere che ha vinto tre elezioni promettendo "meno tasse per tutti") continuano ad aumentare. Anche qui, i numeri fanno paura. La pressione fiscale ha raggiunto il 43,4%: lo stesso picco storico che toccò nel '97, anno della rincorsa a Maastricht e dell'eurotassa, e più della vetta raggiunta nel 2007 dall'esecrato governo dei "tartassatori" Prodi, Visco e Padoa-Schioppa. Le entrate tengono, assicura Tremonti. Mente: nel primo trimestre l'Iva è crollata del 10,2%. Di nuovo: pesa la caduta generalizzata del denominatore (il Pil, che comunque si è ridotto "solo" della metà). E poi, nello stesso periodo, i consumi sono scesi "solo" del 2,6%. Come si spiega questa differenza? Il governatore lo dice con il linguaggio del banchiere centrale: "Solo una parte del divario sembrerebbe riconducibile a una ricomposizione dei consumi verso beni essenziali, caratterizzati da aliquote più basse". Tradotto nel linguaggio della gente comune, il divario si spiega con il dilagare dell'evasione.
Il paradosso è che anche nella politica fiscale il governo usa l'arte della dissimulazione, in questo caso disonesta. Spaccia per "guerra totale" un altro "condono tombale". Perché questo è, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo scudo fiscale appena varato dal Tesoro. Noi lo abbiamo scritto, senza giri di parole. Oggi Draghi lo conferma, con parole non meno chiare: Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, per i pentiti che fanno rientrare i capitali dall'estero, "non prevedono l'anonimato del contribuente e le norme comportano l'intero versamento delle imposte dovute e non versate, inclusi gli interessi e le sanzioni". Nel Belpaese, invece, funziona in tutt'altro modo: l'anonimato è garantito, e con un modesto obolo del 7,5% si chiudono i conti con l'Erario. Questa è l'Italia. E a Berlusconi e Tremonti piace così. Torna in mente ciò che scrisse Mark Twain, citato sul Wall Street Journal dell'11 settembre '29: "Non separatevi dalle vostre illusioni. Quando esse sono scomparse, potete continuare a esistere, anche se avete cessato di vivere".
UN BRAVO A PAOLO PERRONE.
ANZI BRAVISSIMO.
Onore e gloria al Sindaco di Lecce Paolo Perrone.
Tranquilli non sono impazzito, né ho cambiato credo politico ma apprezzo tantissimo le decisioni prese da Paolo Perrone.
Ebbene si, perché con la scelta di defenestrare dalla giunta comunale di Palazzo Carafa il gruppo di Adriana Poli Bortone probabilmente ha messo fine alla sua esperienza da Sindaco (difficile possa continuare la sua esperienza con numeri in consiglio molto risicati) ma ha concorso a fare chiarezza nella politica leccese e salentina.
Perché diciamolo chiaramente non si può stare con due piedi in una scarpa, la signora Poli non può sostenere al Comune di Lecce il PDL e poi corrergli contro alle provinciali.
La signora Poli non può farsi eleggere senatrice (capolista al Senato del PDL nel 2008) e poi solo un anno dopo fondare un movimento a favore del Sud come se fosse così ingenua dal non sapere che questo governo sarebbe stato ostaggio dei ricatti della Lega Nord.
La senatrice Poli non può dire che le province sono enti inutili e dopo 15 giorni candidarsi per fare un dispetto agli ex compagni di partito.
Va lodata quindi la decisione di Paolo Perrone anche perché ha introdotto elementi di chiarezza nella politica salentina.
C’è di più, io credo che Berlusconi e Franceschini debbano imparare da Paolo Perrone e concorrere anche loro a fare chiarezza nella politica italiana.
Come?
Mettendo Casini e L’Udc nelle condizioni di scegliere con chi stare e di non fare alleanze con il centrosinistra a Trento, con il centrodestra in Sardegna, poi ancora con il centrosinistra e cosi via……
Parliamoci chiaro c’è bisogno che i leader di PD e PDL mettano Casini nelle condizioni di non sfruttare a suo favore il sistema elettorale delle Provinciali, che prevede il ballottaggio se nessuna coalizione raggiunge il 50%+1 dei voti, perché altrimenti si mettono i centristi nelle condizioni di poter dettare condizioni anche con percentuali basse.
Bisogna insomma mettere nelle condizioni tutte quelle forze che si dicono centriste (ma si legge della “pagnotta”?!?!?) di fare una scelta di campo e di non sfruttare la grande anomalia italiana dei 5 sistemi elettorali diversi (comunali, provinciali, regionali, politiche, europee).
C’è il rischio reale infatti che l’anno prossimo i centristi alle regionali (con un sistema elettorale che prevede la vittoria al primo turno senza il raggiungimento del 50%+1) possano di nuovo allearsi ora con questo ora con quello a seconda delle convenienze politiche.
Voglio chiudere ponendomi e ponendo a tutti un interrogativo:
ma questa domanda e soprattutto questa voglia di chiarezza non dovrebbe partire, soprattutto in contesti come quello Galatonese, da chi si professa e si propone all’elettore come forza riformista e progressista?
N.B.
A conferma del fatto che non sono impazzito credo che ora sia doveroso da parte del Sindaco di Lecce Paolo Perrone dimettersi dalla carica di Sindaco perché non più sorretto dalla maggioranza che democraticamente lo ha eletto, ma dai transfughi del centrosinistra.
QUESTIONE QUOTE ROSA
Come i più attenti lettori ricorderanno qualche mese fa questo blog si è occupato di quote rosa e di parità di genere nelle giunte comunali.
Un tema che è attuale e calzante soprattutto a Galatone dove, ricordiamo, la giunta comunale non annovera presenze femminili.
Naturalmente tale mancanza è dovuta ad una volontà/necessità politica di Miceli&Soci ma questa vicenda induce anche ad altre riflessioni.
La prima riflessione riguarda lo statuto comunale.
L’articolo 34 ( La composizione e poteri della Giunta ) dello statuto del Comune di Galatone recita così:
“
Questo articolo dello statuto È ILLEGITTIMO poiché
La battaglia da fare deve essere incentrata sulla modifica o meglio sull’adeguamento dello statuto sia all'art. 51 della Costituzione che recità così:
" Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine
ed adeguato anche al testo unico degli enti locali art. 6 t.u. 267/00 che dispone:
"Gli Statuti comunali e provinciali stabiliscono norme per assicurare condizioni di pari opportunità tra uomo e donna ai sensi della legge 125/1991, e per promuovere la presenza di entrambi i sessi nelle giunte e negli organi collegiali del comune e della provincia, nonché degli enti, aziende ed istituzioni da essi dipendenti".
Serve quindi una battaglia politica sull’adeguamento dello statuto comunale che oltre ad essere illegittimo non garantisce le parità di genere.
Un eventuale ricorso al TAR, sulle orme di ciò che è stato fatto a Lecce e Molfetta, non è inoltre fattibile poichè lo statuto e la conformazione del consiglio comunale, presenza di una sola donna, rendono difficile un eventuale battaglia legale.
In buona sostanza sono gli amministratori che devono farsi carico della lacunosità e della illegittimità della normativa ma anche delle lacune della politica, poco attenta ai principi e alle leggi sulla parità uomo-donna.
In tutto questo Galatone e soprattutto il sindaco Miceli e la sua maggioranza come si comporteranno?
Miceli(che ricordo sta per entrare nel suo 8° anno di Governo e neanche nella sua prima esperienza aveva donne in giunta…) continuerà con la politica del “vi piaccia o non vi piaccia” o riuscirà finalmente a dare peso alle rappresentanze di genere, avvalendosi delle donne le cui capacità e competenze possono arricchire la politica con la consapevolezza che ogni identità di genere, femminile o maschile, non è un caso limite, ma una possibile ricchezza da cui partire?
Di certo non ci accontentiamo di Ginetto Filoni in gonnella o dell’assessore Magurano con parrucca, anche se in tempi di carnevale……
Naturalmente mi scuso se involontariamente ho offeso qualcuno.
P.S. Ringrazio Serenella Molendini (Consigliera di parità di Provincia di Lecce e Regione Puglia) che ha contribuito, assieme a chi vi scrive, a questo lavoro sulla questione "quote rosa".
ANCHE GALATONE HA IL SUO MASTELLA: FRACASSO
Ieri finalmente si è chiuso il cerchio. Ebbene sì, il puzzle politico che aveva portato alla caduta del governo Prodi è stato completato con i pezzi mancanti e cioè con il passaggio di Mastella al PDL.
La maggioranza che sosteneva Prodi si reggeva su un solo senatore…i vari gruppi Dini, Mastella, Bordon però nel gennaio 2008 non rinnovarono la fiducia a Prodi mandando a casa il governo di centrosinistra.
Dini fu candidato subito. Mastella era indagato e Berlusconi non riuscì mantenere la promessa alle politiche, ora con la candidatura alle europee e con l'accordo per le prossime amministrative il cerchio si è chiuso. Per Bordon invece fare riferimento alle intercettazioni Berlusconi-Saccà…
Berlusconi ha finalmente pagato il debito a chi lo ha aiutato a far cadere il governo Prodi.
Voglio ricordare brevemente la carriera politica del Mastellone nazionale: limitandoci a quella che è stata la 2° repubblica è stato ministro del 1° governo Berlusconi nel 1994, fu determinante assieme alla corrente Cossiga per la sfiducia al 1° governo Prodi e l’investitura di D’Alema a Palazzo Chigi, grazie ad una serie impressionante di salti della quaglia è approdato al ministero della giustizia del 2° governo Prodi ed ora al PDL.
È di immediata evidenza che ancora una volta hanno vinto il trasformismo e l’essere mercenario in politica e non una sana coerenza su valori e programmi.
Tutti questi salti della quaglia mi fanno pensare alla situazione politica galatonese ed in particolare a due tipi di riflessioni:
Su questo vale la pena soffermarsi, il Mastella Galatonese e cioè Fracasso è stato autore di numerosi salti della quaglia: nel 1998 si candidò a Sindaco con una coalizione moderata con una delle liste associate che faceva riferimento all’attuale ministro Fitto, poi nel 2003 con una lista “cattolici e riformisti” è parte organica del centrosinistra per poi nel 2007 ricandidarsi a Sindaco nel nome del Partito Democratico dopo aver distrutto il centrosinistra!!!
E non finisce qui…perché sempre nel 2007 il Mastella Galatonese e cioè Fracasso passa all’UDC flirtando con l’attuale maggioranza Miceli.


Ecco, anche a Galatone un vero esempio di cerca-poltrona a tutti i costi sulle orme del Mastellone nazionale; Fracasso rappresenta quindi in modo esemplare la capacità di assumere repentinamente posizioni differenti e/o alternative a quella immediatamente precedente.
Ma io mi chiedo e chiedo a tutti lettori, la ricerca forsennata e spasmodica di poltrone è vera politica o sete e fame di potere?
Breve Nota:
L’ultima puntata de “Il Portavoce” ospitava l’UDC Galatonese.
A mio modesto parere gli esponenti locali (Fracasso e Tundo) hanno preso in giro tutti, soprattutto per quanto riguarda la collocazione politica dell’assessore della Giunta Miceli Bove.
Hanno detto che è un amico e non un esponente dell’UDC……mha strano concetto di amicizia visto che l’assessore Bove presenziava alla visita di Casini a Galatone, alla chiusura della campagna elettorale dell’UDC accompagnando sul palco dei comizi il parlamentare D’Onofrio ed infine fa parte organica (a meno che non si tratti di omonimia!?!?!) della direzione provinciale dello stesso UDC (http://www.udc-lecce.it/struttura-udc/il-partito/direzione-provinciale).
D’altronde ci si può aspettare la verità da gente che rappresenta un partito in consiglio comunale (l’UDC) che non era riuscito ad eleggere nessun rappresentante e che grazie al sano trasformismo dei suoi rappresentanti Tundo-Fracasso ora è rappresentato?